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		<title>avviso / IN USCITA &#8220;CON LO SPIRITO CHOLLIMA&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus "Corea del Nord"]]></category>
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		<description><![CDATA[IL NUOVO LIBRO SUL CALCIO COREANO Con lo spirito Chollima AUTORE: Marco Bagozzi EDITORE: KFA ANNO: 2011 GENERE: storia, sport PAGG.: 156 PREZZO: 14 € (12 € per i membri della Korean Friendship Association e gli abbonati di “Eurasia”; sconto del 40% per chi ordina più di 5 libri) Più volte abbiamo parlato della Corea [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1331&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">IL NUOVO LIBRO SUL CALCIO COREANO</h2>
<h2 style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/11/ec15622c0ee6fc91e3d0be4777920418_medium.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1332" title="ec15622c0ee6fc91e3d0be4777920418_medium" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/11/ec15622c0ee6fc91e3d0be4777920418_medium.jpg?w=300&#038;h=211" alt="" width="300" height="211" /></a></h2>
<h2></h2>
<p style="text-align:left;"><strong><em>Con lo spirito Chollima</em></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>AUTORE: </strong>Marco Bagozzi</p>
<p style="text-align:left;"><strong>EDITORE: </strong>KFA</p>
<p style="text-align:left;"><strong>ANNO:</strong> 2011</p>
<p style="text-align:left;"><strong>GENERE: </strong>storia, sport</p>
<p style="text-align:left;"><strong>PAGG.: </strong>156</p>
<p style="text-align:left;"><strong>PREZZO: </strong>14 € (12 € per i membri della Korean Friendship Association e gli abbonati di “Eurasia”; sconto del 40% per chi ordina più di 5 libri)</p>
<h2 style="text-align:left;"></h2>
<p style="text-align:justify;">Più volte abbiamo parlato della Corea del Nord in questo sito. Oggi lo facciamo per promuovere un libro che non ci parla di politica o di strategia militare, ma &#8211; in fin dei conti e tutto sommato &#8211; potrebbe farlo. &#8220;Con lo spirito Chollima&#8221;, infatti, è la nuova pubblicazione della <em>Korean Friendship Association</em>, firmata dal giovane autore Marco Bagozzi, laureato in scienze politiche, collaboratore della rivista di studi geopolitici &#8220;Eurasia&#8221; e gestore di un blog (<a href="http://calciocorea.splinder.com/">Chollima football fans</a>) completamente dedicato alla storia del calcio coreano. Il libro rappresenta un viaggio all&#8217;interno degli ultimi cinquant&#8217;anni, consegnando al lettore una ricostruzione densa di informazioni e avvenimenti sullo sfondo storico della Guerra Fredda e delle drammatiche e tese vicende internazionali, filtrate attraverso lo sport inteso nel suo più nobile ed elevato significato etico, patriottico e socialista.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p><strong>Il sommario:</strong></p>
<p><em>Prefazione di Paolo Piu (Segretario Organizzativo KFA – Italia)</em>; <em>Introduzione</em>;<br />
Le origini; Un cammino lungo 55 anni; Albo d’oro; La formula del campionato coreano; Le esperienze dei calciatori coreani all’estero; Kim Yong-Ha, un coreano sulla panchina di Cuba; Lo sport e l’Unità coreana;<br />
<em>Appendice</em> Foto; Sitografia, filmografia e bibliografia consultata e consigliata.</p>
<h2></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong>Dall&#8217;Introduzione del libro:</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Quando Michel Platini dichiara “In ogni squadra di calcio si vede una cultura, una mentalità” non sbaglia. In particolare sono le squadre nazionali a rappresentare sul prato verde i vizi e le virtù di un Popolo, di una Nazione, di uno Stato.<br />
Non è un’eccezione la nazionale della Repubblica Popolare Democratica di Corea : le strategie tattiche calcistiche con cui si è presentata nelle sue due apparizioni alla massima manifestazione calcistica, i Mondiali 1966 e 2010, rappresentano una sorta di paradigma dei due periodi in cui, in linea di massima, è divisibile la storia della nazione asiatica.<br />
La nazionale giunta in Inghilterra rappresenta uno stato in pieno spirito rivoluzionario. Uno dei cosiddetti “popoli giovani”, spinto da un’indipendenza acquisita da poco, da una guerra contro l’Imperialismo in cui si è difeso con onore («un conflitto che, pur se non vinto, non poteva neppure dirsi perduto»1), da un’economia di scambio con gli altri paesi del blocco socialista che poteva offrire una vita più che dignitosa, dall’orgoglio di rappresentare un sistema nuovo. Era un paese “all’attacco”, spregiudicato, sbarazzino. E la nazionale di calcio si presenta in Inghilterra con questa mentalità: calcio totale, grande corsa, pochi fronzoli, tutti all’attacco. Sorprende, come vedremo, il mondo e si fa precorritrice di un nuovo modo di concepire il calcio, rivoluzionario rispetto la stantia tattica dell’”occidente borghese”.<br />
Dopo 54 anni la RPDC si ripresenta alla ribalta mondiale. E si presenta con una strategia tattica completamente opposta. Conquista la qualificazione, infatti, grazie ad una difesa di ferro, ad un bunker inespugnabile. Subisce solo 7 gol nelle 16 partite di qualificazione (di cui 2 totalmente ininfluenti nel play off contro la Mongolia, totale 9-2). E, a conferma di quanto detto sopra, la strategia difensiva rappresenta la mentalità dello stato coreano, dopo il crollo del blocco socialista. La RPDC è l’ultimo paese asiatico caratterizzato da un socialismo intransigente. La vicina Cina si è lanciata nel confronto con il resto del mondo, Laos e Vietnam adottano ormai politiche tutt’altro che socialiste, Cuba, Bielorussia, Angola sono paesi lontani: ecco perché, oggi, la Corea Popolare si difende, rafforzando il suo esercito, mobilitando il popolo nella costruzione autarchica e patriottica del suo socialismo. E così come la difesa messa in campo dal mister Kim Jong-Hun è una difesa caratterizzata da grande ordine e disciplina, anche il più acerrimo nemico del socialismo coreano non può non ammettere che la caratteristica più evidente di Pyongyang e delle altre città è proprio l’ordine.<br />
In Corea, come in tutti i paesi di stampo socialista, lo sport e in questo caso il calcio è da leggere come fattore di educazione e di formazione, a differenza di quanto vediamo nello sport “occidentale” (nelle Americhe e in Europa, particolarmente) in cui il fattore spettacolare e agonistico è preponderante.</p>
<p style="text-align:justify;">1.Maurizio Riotto, Storia della Corea, ed. Bompiani, pag. 282</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong>Modalità di acquisto:</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="text-decoration:underline;">Per ordinare il libro scrivere una mail a <em>calciocorea@gmail.com</em></span></strong></p>
<p>Modalità di pagamento<br />
- Bonifico Bancario: IBAN IT 97 U 03075 02200 CC0010292530 intestato a Marco Bagozzi<br />
- Transazione con paypal a <em>marcobagozzi@yahoo.it</em></p>
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		<title>analisi / L&#8217;UNICA SOLUZIONE: SOCIALISMO IN DUE SOLI PAESI</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 19:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Geopolitica e Socialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[RUSSIA E CINA IL SOCIALISMO IN DUE SOLI PAESI di Andrea Fais L&#8217;irrigidimento prossimo venturo delle politiche sociali interne ai Paesi occidentali, e la quasi assoluta degenerazione pratica e teorica dei movimenti comunisti e/o post-comunisti in Europa, sono fenomeni ormai evidenti. L&#8217;internazionalismo inteso prima di tutto quale capacità d&#8217;analisi e sintesi dello schema strategico e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1323&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 align="center"><strong>RUSSIA E CINA<br />
IL SOCIALISMO IN DUE SOLI PAESI</strong></h2>
<p align="center"><strong><em>di Andrea Fais</em></strong></p>
<h2 align="center"></h2>
<h2 style="text-align:center;" align="center"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/11/p201003242150341005320083.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1324" style="border:3px solid black;" title="P201003242150341005320083" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/11/p201003242150341005320083.jpg?w=300&#038;h=220" alt="" width="300" height="220" /></a></h2>
<h2></h2>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;irrigidimento prossimo venturo delle politiche sociali interne ai Paesi occidentali, e la quasi assoluta degenerazione pratica e teorica dei movimenti comunisti e/o post-comunisti in Europa, sono fenomeni ormai evidenti. L&#8217;internazionalismo inteso prima di tutto quale capacità d&#8217;analisi e sintesi dello schema strategico e geopolitico del pianeta nelle fasi di espansione militare e commerciale tipiche dell&#8217;era coloniale ed imperialista, ha lasciato il suo posto ad un ridicolo cosmopolitismo come nuova ideologia di neofiti liberali e libertari &#8220;senza patria&#8221; di &#8220;sinistra&#8221;, che alla riflessione scientifica preferiscono l&#8217;annebbiamento idealista e pacifista. <span id="more-1323"></span>Sarà dunque opportuno cercare di abbandonare l&#8217;impegno politico attivo in Europa, per sostenere attivamente il processo di potenziamento strategico di quelle nazioni sovrane ancora pienamente estranee alle logiche dell&#8217;imperialismo nord-atlantico, supportandone i rispettivi processi di costruzione del socialismo al loro interno. Ma vediamo perché, facendo un passo indietro.</p>
<h2></h2>
<p align="center"><strong>LA LEZIONE DI STALIN</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Nel biennio 1924-1926, Stalin elabora la dottrina del Socialismo in un solo Paese. Ancora oggi si discute – molto spesso a sproposito – in merito a questa fondamentale svolta della politica sovietica, e ci si interroga sul suo reale significato economico, strategico e teorico. In realtà, la trattazione della cosiddetta questione nazionale e dei problemi relativi alla complessa questione nazionale nei territori sovietici ha riguardato quasi l’intera attività politica e teorica dello statista bolscevico. Il corso storico solidificò definitivamente le sue convinzioni e le sue ipotesi, rafforzando l’idea-guida che l’Unione Sovietica rappresentasse non un marginale esperimento di convivenza tra diversi popoli nel quadro della più vasta missione internazionalista del socialismo marxista, ma un impero con una sua precisa fisionomia storica, etnografica e geografica, definita dalla millenaria vicenda dello Stato Russo, a partire dalla Santa Rus’ sino alle vicende recenti. La promozione delle “forme nazionali” procedette di pari passo con l’attenta lotta contro ogni sciovinismo e separatismo etnico, sentimenti molto forti nell’Ucraina occidentale, nella Georgia e nelle repubbliche centro-asiatiche più meridionali (Turkmenistan e Tagikistan). Il linguaggio utilizzato nei confronti dei diffusi sentimenti russofobici presenti in alcune regioni sovietiche quale retaggio della russificazione forzata dei decenni precedenti, era spesso e volentieri mutuato dagli acri giudizi anti-sciovinisti tipici del marxismo e del leninismo, tuttavia ad esso Stalin accompagnava non di rado la rivalutazione (almeno parziale) del passato zarista, imponendo la primazia del proletariato russo e sovietico non soltanto in relazione agli avvenimenti rivoluzionari del 1905 e del 1917, ma anche a tutta la storia della Russia. Nell’invettiva scagliata contro il poeta Demjan Bednyj nel 1930, Stalin sostiene:</p>
<p style="text-align:justify;">«<em>Tutto il mondo riconosce ora che il centro del movimento rivoluzionario si è spostato dall’Europa occidentale alla Russia […]. I lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo plaudono all’unisono al proletariato sovietico, e in primo luogo al proletariato russo [russkij] […] I dirigenti dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi studiano con avidità la storia gloriosa del proletariato della Russia, il suo passato, il passato della Russia, consapevoli che, accanto alla Russia reazionaria esisteva una Russia rivoluzionaria, la Russia dei Radiscev, Cernisevskij, Zeljiabov e degli Ul’janov, dei Chalturin e Alekse’ev […]. E voi? Avete proclamato ai quattro venti che la Russia del passato si presentava come un impasto di orrori e devastazioni, che la “pigrizia” e la voglia di “sedere sulla stufa” sono quasi un tratto nazionale dei russi, compresi gli operai russi, che hanno fatto la rivoluzione d’Ottobre, ma non per questo hanno smesso di essere russi [russkije]. E voi chiamate questo critica bolscevica! No. Stimatissimo c. Demjan, questa non è critica bolscevica, ma calunnia del nostro popolo, la dissacrazione del proletariato dell’URSS, la dissacrazione del proletariato russo [russkije]</em>»<a title="" href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p style="text-align:justify;">La difesa del proletariato russo, la conformazione posteriore di una sua storia indipendente e parallela rispetto a quella, più nota e più conosciuta, delle alte sfere imperiali, diventano il motivo fondante di una ideologia ufficiale che, sul finire degli anni Trenta e in modo ancor più deciso negli anni della Grande Guerra Patriottica, compirà una decisiva svolta verso i valori nazionali. Quello che è importante notare, però, è che «<em>l’attribuzione al proletariato russo di innate qualità rivoluzionarie tornava utile a Stalin per rivendicare per l’URSS un ruolo guida della rivoluzione mondiale che, in un momento di grande difficoltà interna e internazionale, stentava a esercitare</em>»<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. La complessa questione poggiava su termini prettamente marxiani, e nasceva dalla polemica pre-rivoluzionaria con Plechanov e Kautsky in merito alla concreta realizzabilità di una rivoluzione socialista all’interno di un vasto Paese fortemente arretrato sul piano industriale e composto da una larga maggioranza di contadini e braccianti agricoli, e da una ridotta ed esigua minoranza di operai e proletari urbani propriamente detti. La soluzione individuata da Lenin attraverso la teoria dell’ineguale sviluppo del capitalismo e l’artificio teorico della Russia quale “anello debole della catena imperialistica”, sembrò ispirare Stalin nell’opera di elaborazione di una più solida e cosciente ricostruzione, volta semplicemente a rimuovere e considerare come falsa la tesi secondo cui, essendo la Russia pre-rivoluzionaria un Paese economicamente arretrato, sarebbe stato impossibile pensare di costruirvi una società socialista.</p>
<p style="text-align:justify;">La fase di industrializzazione pesante avviata durante i primi due piani quinquennali, si tradusse, sul piano geopolitico, come il passaggio della Russia da una condizione di “anello debole” a fattore decisivo del processo rivoluzionario mondiale<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, a paese simbolo della rivoluzione socialista e a “patria del socialismo” e, forse, anche a &#8220;Terza Roma del comunismo&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">Non tragga in inganno, però, quest’ultimo aspetto. L’Unione Sovietica mai avrebbe costituito, nell’interpretazione staliniana, una netta continuità con l’Impero Zarista, come invece alcune tesi odierne vorrebbero frettolosamente dimostrare. Anche volendo rimuovere l’inconciliabilità delle due divergenti visioni ideologiche e politiche, gli elementi di discontinuità e frattura tra l’epopea zarista e l’esperienza sovietica sono netti ed evidenti, sia sul piano amministrativo sia sul piano sociale. Esiste però – come in ogni rottura epocale – una linea di contatto piuttosto chiara e ben delineata tra i due periodi. Non si tratta di una reinterpretazione di comodo né di una rilettura superficiale volta a dimostrare tesi che non possono essere dimostrate, ma semplicemente di una naturale conclusione derivata da un’analisi oggettiva del Paese in base ai criteri della geografia politica propriamente detta. Tutte le difficili questioni inter-etniche, le dispute territoriali pendenti, le numerose e complesse strutture amministrative che l’Impero degli Zar aveva lasciato in eredità, gravavano ora come un macigno pesantissimo sulle spalle della nuova classe dirigente bolscevica.</p>
<p style="text-align:justify;">«<em>Gli zar russi hanno fatto molte cose cattive. Hanno rapinato e soggiogato il popolo. Hanno condotto guerre e si son impadroniti di terre nell’interesse dei grandi proprietari fondiari. Ma una cosa buona l’hanno fatta: hanno creato uno Stato enorme, sino alla Kamchatka. Noi abbiamo ricevuto in eredità questo Stato. E per la prima volta noi, bolscevichi, abbiamo reso coeso e rafforzato questo Stato come Stato unitario e indivisibile</em>»<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p style="text-align:justify;">Il merito degli Zar fu dunque, per Stalin, anzitutto geopolitico: espandere territorialmente lo Stato sino alle coste dell’Oceano Pacifico. Come questo merito si conciliasse con i temi della rivoluzione socialista rimane ancora oggi un grande dubbio irrisolto. Soprattutto perché la teoria dello Stato nel pensiero di tradizione marxista ha sempre risentito di un generico approccio economicistico, che generalmente tende ad inquadrare la categoria dell’apparato istituzionale come un semplice schermo di strutture repressive e di disposizioni giuridiche di classe, finalizzate al mantenimento dei privilegi e dei vantaggi della borghesia nazionale. Malgrado le precisazioni di Engels in merito all’importanza del principio di autorità e dell’istituzione, come mezzi necessari per l’affermazione – anche<em> manu militari</em> – del proletariato<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>, l’analisi marxista dello Stato resta insufficiente già soltanto per capire e comprendere la natura teoretica e politica del moderno Stato europeo, figurarsi nel caso dello Stato di un Paese come la Russia, che mai conobbe una fase “transitoria” secolare, repubblicana e borghese, sulla scorta del modello di Stato-nazione di matrice giacobina. Interessante sarebbe persino capire come gli stessi rivoluzionari decabristi russi del XIX secolo avrebbero potuto gestire la fase di trasformazione repubblicana in un Paese di così vaste e complesse proporzioni, se il loro tentativo di colpo di Stato fosse andato in porto. Anche qual’ora avessero imitato la rivoluzione francese, avrebbero finito col restaurare un disegno imperiale sulla scia napoleonica, oppure avrebbero progressivamente dato il via alla formazione di istituti democratici di diritto e di legislazione, sull’esempio delle prime democrazie liberali occidentali di inizio Novecento? E, in quest’ultimo caso, la Russia avrebbe mantenuto la sua odierna disposizione territoriale o si sarebbe disciolta in numerosi distretti regionali autonomi? Ovviamente, non avremo mai una risposta chiarificatrice a queste e ad altre domande simili, tuttavia pesano e non poco sul fondo del nostro ragionamento le enormi differenze storiche, geografiche e culturali tra la Russia e l’Europa occidentale nel suo complesso.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:center;" align="center"><strong>DAL SOCIALISMO REALE AL SOCIALISMO REALISTA</strong></p>
<p style="text-align:justify;">L’industrializzazione voluta da Stalin riuscì, tuttavia, a far convergere, forse senza volerlo, la volontà di Lenin, riassunta nel famoso appello al potere dei Soviet e all’“elettrificazione di tutto il Paese”, e le necessità poste dai primi seminali studi della geopolitica del tempo, soprattutto in relazione alla teoria dell’<em>Heartland</em> di Halford Mackinder<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>. Come ricorda Carlo Jean,</p>
<p style="text-align:justify;">«<em>La tecnologia muta le possibilità e quindi la natura e l’estensione degli interessi. Modifica anche il significato delle dimensioni ambientali, spaziali e temporali. Determinanti, per la definizione delle politiche, sono le tecnologie dei trasporti, delle telecomunicazioni e dei sistemi d’arma; per quella degli interessi e degli obiettivi, le tecnologie della produzione della ricchezza e dell’informazione. La tecnologia costituisce uno dei fattori più dinamici della geopolitica e quindi delle relazioni internazionali</em>»<a title="" href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p style="text-align:justify;">Determinante come nessun altro fattore, la Grande Guerra Patriottica impose definitivamente l’Unione Sovietica nell’alveo sempre più ristretto delle potenze mondiali, configurando un quadro inedito e assolutamente stupefacente. La grande capacità di mobilitazione ed il costosissimo sacrificio collettivo del popolo sovietico, avevano rovesciato ogni previsione iniziale. L’operazione Barbarossa si rivelò una disfatta per l’esercito tedesco, e nel giro di due anni (1941-1943) i rapporti di forza tra Mosca e Berlino erano completamente rovesciati in favore della prima. Stalingrado non fu soltanto il simbolo della ferocia e dell’aggressione bellica più truculenta, ma anche il più importante perno storico del Novecento, che ridusse un’Europa bellicosa ed inerme di fronte ai progetti di dominazione hitleriani, in una condizione di sottomissione totale, distrutta dalla guerra e definitivamente piegata dall’intervento degli Stati Uniti nel 1944. L’Unione Sovietica, primo Stato socialista della storia, aveva resistito all’ondata espansionistica e slavofoba delle armate naziste, vincendo una guerra di resistenza e di sopravvivenza che al motivo politico ed ideologico aveva parzialmente sostituto il motivo etnico e patriottico riassunto nel celebre discorso di Stalin all’Armata Rossa del 7 novembre 1941. Ad ispirare l’esercito sovietico non sarebbero stati più soltanto la bandiera di Lenin e la causa della rivoluzione proletaria, ma anche l’esempio degli antenati, dei grandi condottieri del passato: Aleksandr Nevskij, Dimitrij Donskoij, Kusma Minin, Dimitrij Pozharskij, Aleksandr Suvorov e Mikhail Kutuzov.</p>
<p style="text-align:justify;">L’aspetto più evidente è che tali generali ed eroi nazionali della Russia storica, avevano al tempo combattuto per il regno di Moscovia o per l’Impero Zarista, in ogni caso in difesa di sistemi politici monarchici, ed addirittura – è il caso di Nevskij, Minin, Pozharskij, Suvorov e di Kutuzov – in guerre anti-cattoliche ed anti-napoleoniche chiaramente condizionate dai motivi religiosi dell’ortodossia e dai motivi politici dello zarismo. Anche in questo caso, nulla di sorprendente o che non fosse già stato anticipato da Stalin: l’eroica lotta dei russi di ogni epoca contro l’aggressione subita da potenze esterne veniva privilegiata ed utilizzata quale colonna portante della storia nazionale. La priorità concessa ai principi dell’indipendenza e della sovranità dello Stato, ponevano in secondo piano gli altri obiettivi del socialismo, considerati secondari o addirittura formali, dinnanzi alla causa considerata principale per ogni rivoluzionario. In <em>Principi del Leninismo</em> del 1924, Stalin aveva trattato così la questione:</p>
<p style="text-align:justify;">«<em>Così si presenta la questione dei movimenti nazionali singoli e dell’eventuale carattere reazionario di questi movimenti se, naturalmente, non si considerano questi movimenti da un punto di vista formale, dal punto di vista dei diritti astratti, ma concretamente, dal punto di vista degl’interessi del movimento rivoluzionario. Lo stesso si deve dire circa il carattere rivoluzionario dei movimenti nazionali in generale. Il carattere incontestabilmente rivoluzionario dell’immensa maggioranza dei movimenti nazionali è altrettanto relativo e originale, quanto è relativo e originale l’eventuale carattere reazionario di alcuni movimenti nazionali singoli. Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. <strong>La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo</strong>, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti», «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo. La lotta dei mercanti e degli intellettuali borghesi egiziani per l’indipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta oggettivamente rivoluzionaria, quantunque i capi del movimento nazionale egiziano siano borghesi per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano contro il socialismo, mentre la lotta del governo operaio inglese per mantenere la situazione di dipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta reazionaria, quantunque i membri di questo governo siano proletari per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano «per» il socialismo. <strong>E non parlo del movimento nazionale degli altri paesi coloniali e dipendenti, più grandi, come l’India e la Cina, ogni passo dei quali sulla via della loro liberazione, anche se contravviene alle esigenze della democrazia formale, è un colpo di maglio assestato all’imperialismo</strong>, ed è perciò incontestabilmente un passo rivoluzionario. Lenin ha ragione quando afferma che <strong>il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè «non isolatamente, ma su scala mondiale</strong></em>»<a title="" href="#_ftn8">[8]</a></p>
<p style="text-align:justify;">Il movimento nazionale nei paesi oppressi, che all’epoca erano i paesi sottoposti alla sottomissione coloniale delle potenze marittime europee (Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna e Portogallo), deve essere dunque considerato dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè non isolatamente ma su scala mondiale. Questo principio introduce nei fatti un criterio di relatività dei conflitti che si va ad aggiungere alla distinzione leninista tra le guerre imperialiste e le guerre rivoluzionarie, in polemica contro anarchici e pacifisti.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:center;" align="center"><strong>IL COLONIALISMO MASCHERATO E LA FORZA DEL SOCIALISMO IN DUE SOLI PAESI</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Scomparso e tramontato il vecchio ordine coloniale, oggi possiamo senz’altro affermare che lo schema non è più affatto netto e limpido, e non è possibile effettivamente suddividere il mondo in modo così perentorio tra paesi oppressori e paesi oppressi.</p>
<p style="text-align:justify;">Vi è tuttavia una forte spinta egemonica che continua a contraddistinguere le potenze occidentali, attraverso nuove forme di ingerenza e di aggressione, filtrate da una retorica fondata sui luoghi comuni della democrazia formale (appunto, il pericolo paventato da Stalin nelle sue dissertazioni) al fine di ottenere un vasto consenso internazionale rispondente ai criteri “etici” di un’epoca che, a livello di opinione pubblica, ha ormai nettamente superato i vecchi pregiudizi razziali ed il vecchio schema suprematista delle missioni civilizzatrici imperante nel XVIII e XIX secolo. Le motivazioni ideologiche non riescono, però, a nascondere in modo perfetto i disegni di conquista e le strategie di movimento degli Stati Uniti e delle altre potenze europee. Permangono costanti geopolitiche che continuano a determinare gli umori e le mosse stabilite all’interno delle stanze della politica e dell’economia.</p>
<p style="text-align:justify;">Osserviamo come, a distanza di quasi un secolo dalle osservazioni di Stalin, la Cina e l’India continuano a determinare gli equilibri del continente asiatico, tanto più alla luce dei rispettivi sviluppi economici e sociali. È soprattutto la Cina ad incamerare una serie di successi tecnologici, industriali e produttivi che le stanno rapidamente consentendo di tornare ai fasti del periodo a cavallo tra i secc. XVII e XVIII, quando l’economia cinese costituiva il 22%-29% dell’intero PIL mondiale dell’epoca contro il 20%-22% dell’Europa e il 3%-4% del Giappone<a title="" href="#_ftn9">[9]</a>. Le potenzialità produttive e strategiche della Cina e dell’India rappresentano ancora oggi una costante geoeconomica e geopolitica decisiva nel quadro delle dinamiche internazionali. Non è un caso che, sulla scia di Josif Stalin, diversi politici ed analisti russi contemporanei quali Evgenij Primakov, Anton Surikov o lo stesso Gennadij Zyuganov, abbiano indicato nel triangolo geopolitico Russia-Cina-India la risposta strategica più forte e potenzialmente determinante all’espansionismo economico (Trilateral Commission) e militare (Nato) del fronte nord-atlantico (Stati Uniti, Canada ed Europa) e dei suoi principali alleati orientali (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan).</p>
<p style="text-align:justify;">Allo stato attuale, fra tutte le nazioni emerse durante la lunga stagione del Socialismo Reale, l’unica grande potenza rimasta in piedi è la Repubblica Popolare Cinese, rafforzata da trent’anni di riforme e aperture, introdotte attraverso la <em>Teoria delle Quattro Modernizzazioni</em> originariamente pensata da Liu Shaoqi per risolvere la crisi seguita al fallimentare Grande Balzo in Avanti, e poi ripresa ed adeguatamente sviluppata da Deng Xiaoping. La strada del socialismo con caratteristiche cinesi è ormai ben avviata ed i risultati sin qui ottenuti hanno dato ragione al gigante asiatico, che vede incrementare il benessere collettivo della sua folta popolazione, e soprattutto il suo prestigio e la sua credibilità sul piano internazionale: un fondamentale perno per una saggia politica di proiezione strategica che coniughi cooperazione, bilateralismo, reciproco rispetto, sviluppo e sicurezza collettiva, appaiando i principi della coesistenza pacifica di Zhou Enlai con una rielaborazione cinese dei concetti di <em>win-win strategy </em>e di <em>soft-power</em><a title="" href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Saltando a piè pari tutta la fase di dissoluzione sovietica e la drammatica vicenda eltsiniana degli anni Novanta, oggi la Russia è evidentemente rimasta un attore geopolitico di fondamentale importanza, sia in relazione alle sue dimensioni geografiche di tipo continentale, sia in relazione ai primati di cui dispone nel settore energetico e nei settori legati all’estrazione e alla lavorazione delle materie prime in generale. La forza politica di maggioranza che si è affermata negli ultimi dieci anni è <em>Russia Unita</em>, un partito-apparato composto da vari settori civili, militari ed economici, privo di un vero e proprio programma, essenzialmente fondato sulla personalità pragmatica e risolutrice di Vladimir Putin. Dopo quattro anni di dualità con il presidente uscente Dimitrij Medvedev<a title="" href="#_ftn11">[11]</a>, Putin si è appena ricandidato alle prossime tornate presidenziali assieme ad altri sfidanti che presumibilmente saranno Gennadij Zyuganov (Partito Comunista), Vladimir Zhirinovskij (Partito Liberal-Democratico) e Andreij Bogdanov (Partito Democratico di Russia).</p>
<p style="text-align:justify;">Le possibilità di vittoria per il Partito Comunista si sono fatte più concrete che in passato, anche alla luce di un notevole aumento del consenso in diversi contesti regionali durante gli ultimi due anni. La delusione per i progetti di liberalizzazione di diversi servizi essenziali annunciati da Medvedev, e l’immobilità nel sostegno alle politiche sociali e del lavoro, hanno intimorito i cittadini russi che ricordano con terrore gli anni delle privatizzazioni e delle svendite avviate da Eltsin. Qualunque provvedimento liberale in materia economica e qualunque apertura culturale e politica all’Occidente è tendenzialmente mal sopportata in Russia, e l’ingresso recente del Paese nel WTO giocherà un ruolo primario nelle prossime elezioni. Putin è ormai alla sua terza candidatura e stavolta potrebbe giocarsi davvero tutto, cadendo proprio sull’eccessiva sicurezza di avere in pugno la vittoria. I siderali distacchi numerici che avevano contrassegnato lo strapotere di Russia Unita durante la prima metà del Duemila sembrano molto lontani, tanto che il Partito Comunista ha riconquistato diverse città siberiane, tra cui la centralissima Irkutsk, assestandosi su una media complessiva del 30-34%, e superando addirittura il partito di governo Russia Unita nelle regioni di Nizhegorodsk, Tversk e Kirovsk<a title="" href="#_ftn12">[12]</a>, che aveva già perduto molti voti durante le elezioni amministrative del 2010, in particolar modo nella regione di Kurgansk (-21%), in quella di Kaluga (-19%) e in quella di Altaij (-15%)<a title="" href="#_ftn13">[13]</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Se anche la presidenza finisse in mano a Putin, resta comunque apertissima la sfida per la composizione della Duma, dove i comunisti potrebbero ottenere una vasta rappresentanza elettorale, soprattutto se formassero una coalizione socialista con il partito Russia Giusta. In ogni caso, sarà importante sostenere il Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij Zyuganov nella sua campagna elettorale e difendere al contempo la Repubblica Popolare Cinese da ogni attacco internazionale e da ogni ingerenza. Con una Duma divisa a metà o addirittura a maggioranza relativa comunista, le scelte del Cremlino sarebbero, in tutti i casi, sempre condizionate dalle pressioni politiche del Parlamento e molto meno scontate e “personalistiche” rispetto a quanto visto negli ultimi anni. I progetti relativi all’integrazione eurasiatica tra la Federazione Russa e alcune delle ex repubbliche sovietiche, proposti ma mai seriamente concretizzati da Putin, potrebbero così diventare realtà e ripristinare quanto meno il vecchio schema geopolitico dell’URSS. Decisivi saranno gli orientamenti  di Kazakistan, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Georgia e Kirghizistan, i Paesi che più plausibilmente potrebbero rientrare nella nuova confederazione.</p>
<p style="text-align:justify;">La solida alleanza tra Mosca e Pechino, già ben avviata dalla <em>Shanghai Cooperation Organization</em>, e il ruolo di avanguardia anti-egemonica e naturale contrappeso geopolitico all’imperialismo occidentale svolto dalla Cina, sono perciò una fondamentale base di partenza che potrebbe condurre ad un asse strategico politico, economico e militare tra le due nazioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Sarà necessario abbandonare qualunque velleità rivoluzionaria ed anacronistica nei paesi occidentali, ormai destinati ad un rigoroso piano di austerità sociale sotto le insegne del FMI, della Federal Reserve e della BCE, che farà da preludio ad un ricompattamento strategico e culturale delle potenze occidentali: saranno irrigidite le forme di repressione sociale e sindacale, saranno tagliati fondi destinati alle politiche sociali, a vantaggio delle spese militari, per una subdola fase di progressivo riarmo e di silente penetrazione negli scenari geopolitici più arretrati di maggior interesse energetico e commerciale (Medio Oriente ed Africa), e saranno pompati nuovi miti sociali da osannare e nuove ideologie liberal-democratiche per ricostruire un consenso collettivo intorno a Washington, Londra, Berlino e Parigi.</p>
<p style="text-align:justify;">L’accordo raggiunto lo scorso anno tra i due Partiti Comunisti, è l’ennesima dimostrazione che Russia e Cina sono nazioni destinate ad una lunga collaborazione, ben al di là dei meri accordi commerciali tra i Paesi del cosiddetto BRICS, tra i quali è evidente che l&#8217;India, il Brasile ed il Sud Africa non sono assolutamente affidabili né sul piano delle politiche sociali e della lotta alla corruzione interna, né sul piano geostrategico e militare. Proprio nel quadro dell’incontro avuto il 7 novembre 2010 Zyuganov ha ricordato come «<em>l’opzione strategica dei comunisti è rappresentata dalla “difesa egli interessi nazionali”, che nel rapporto con Pechino vengono più ampiamente salvaguardati</em>»<a title="" href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Sarà dunque fondamentale sostenere le forze realmente socialiste in Russia e in Cina, le uniche due grandi potenze che – per caratteristiche storiche e geografiche – rappresentano i naturali antagonisti del fronte nord-atlantico e che – per caratteristiche sociali e culturali – possono affidarsi a due popolazioni senz’altro ostili ai tentativi di occidentalizzazione e di atomizzazione sociale spinta.</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> J. STALIN, <em>Socinenija</em>, vol. XIII, Gosizdat, Moskva 1952, pp. 24-25.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> F. BETTANIN, <em>Stalin e l’Europa &#8211; La formazione dell’impero esterno sovietico (1941-1953)</em>, Carocci Editore, Roma, 2006, p. 61.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a><em> Ibidem</em>, p. 69.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> G. DIMITROV, <em>Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945)</em>, a cura di S. Pons, Einaudi, Torino, 2000, p. 81.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Si veda F. ENGELS, <em>Dell’Autorità</em>, 1872.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> (cfr.) H. MACKINDER, The Geographical pivot of history, in The Geographical Journal, Vol. 23, No. 4 (Apr., 1904), pp. 421-437.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> C. JEAN, <em>Manuale di geopolitica</em>, Editore Laterza, Bari, 2003, p. 83.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> J. STALIN, <em>Principi del Leninismo</em>, 1924.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> V. MUNGO, <em>La sfida dell’India &#8211; Nascita di una superpotenza?</em>, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma, 2010, p. 132.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> C. JEAN, <em>Sviluppo economico e strategico della Cina</em>, CSGE, Franco Angeli Editore, Milano, 2008, pp. 78-80.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Secondo alcune indiscrezioni si tratterebbe in realtà di una dualità fittizia ed artificiosa, create come specchietto per allodole da mostrare alle nazioni occidentali.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> L’ERNESTO, <em>Grande successo elettorale dei comunisti russi</em>, 14 marzo 2011.</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> CORRIERE DEL TICINO, <em>Russia Unita perde consensi</em>, 15 marzo 2010.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align:justify;"><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> L’ERNESTO, <em>Zyuganov e il maxi-accordo con la Repubblica Popolare Cinese</em>, 7 ottobre 2010</p>
</div>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:29:50 +0000</pubDate>
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<p style="text-align:justify;"><strong>IL RISVEGLIO DEL DRAGO &#8211; Politica e strategie della rinascita cinese<br />
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<p style="text-align:justify;"><strong>AUTORI: Diego Angelo Bertozzi e Andrea Fais</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>EDITORE:  Edizioni All&#8217;Insegna del Veltro (col patrocinio dell&#8217;<em>Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie</em>, IsAG)</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>ANNO: 2011</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>PREZZO: € 20</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Intorno alla metà di Ottobre è prevista l&#8217;uscita de <strong>Il risveglio del Drago</strong>, nuova pubblicazione dell&#8217;<em>Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie</em>, dopo le uscite di <em>Capire le Rivolte Arabe</em> (Daniele Scalea &#8211; Pietro Longo) e <em>Progetti di egemonia &#8211; neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto</em> (Francesco B. Zanitti).<span id="more-1310"></span> Si tratta di un&#8217;opera suddivisa in due saggi, rispettivamente elaborati da Diego Angelo Bertozzi e Andrea Fais, come insieme di analisi e riflessione storica, politica e strategica sull&#8217;emergente potenza cinese, a margine del discorso tenuto dal presidente della Reubblica Popolare Hu Jintao lo scorso primo luglio in occasione delle cerimonie celebrative per il 90° anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">Pubblicato dalle <em>Edizioni all&#8217;Insegna del Veltro</em> di Parma, per la collana <em>Metropoli e Campagne</em>, il libro è gia prenotabile tramite richiesta scritta da inviare all&#8217;indirizzo e-mail: <a href="mailto:ordini.blog@gmail.com">ordini.blog@gmail.com</a></p>
<p style="text-align:center;"><strong>BOOK-TRAILER</strong></p>
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		<title>intervista / L&#8217;URSS TRA MARXISMO E TRADIZIONI</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 20:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
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		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
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		<description><![CDATA[A TU PER TU CON&#8230; MARCO COSTA GNOSI, PATRIOTTISMO E ORTODOSSIA: SPIRITUALITA&#8217; NELLA RUSSIA SOVIETICA E POST-SOVIETICA &#160; Abbiamo incontrato Marco Costa, ricercatore e saggista, autore del testo Soviet e Sobornost&#8217; &#8211; correnti spirituali nella Russia sovietica e post-sovietica, recentemente pubblicato per la collana Gladio&#38;Martello diretta da Stefano Bonilauri, nell&#8217;alveo delle Edizioni all&#8217;Insegna del Veltro, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1294&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong>A TU PER TU CON&#8230; MARCO COSTA</strong></p>
<h2 style="text-align:center;">GNOSI, PATRIOTTISMO E ORTODOSSIA:<br />
SPIRITUALITA&#8217; NELLA RUSSIA SOVIETICA E POST-SOVIETICA</h2>
<h2 style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/08/090101-stalin-2-collage.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1295" style="border:3px solid black;" title="090101 Stalin 2 collage" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/08/090101-stalin-2-collage.jpg?w=600" alt=""   /></a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify;">Abbiamo incontrato <strong>Marco Costa</strong>, ricercatore e saggista, autore del testo <strong><em>Soviet e Sobornost&#8217; &#8211; correnti spirituali nella Russia sovietica e post-sovietica</em></strong>, recentemente pubblicato per<span id="more-1294"></span> la collana <em>Gladio&amp;Martello</em> diretta da Stefano Bonilauri, nell&#8217;alveo delle Edizioni all&#8217;Insegna del Veltro, di Parma. Il testo è, come di consueto, un&#8217;ennesima valida ricostruzione storica volta ad individuare la precarietà dei confini storici tra le realtà socialiste del Novecento e il recupero delle rispettive tradizioni culturali e politiche. Emerge la figura di Stalin, quale principale artefice di una <em>svolta</em> nazionale ed imperiale all&#8217;interno del clima politico in Unione Sovietica, come concretizzazione di fermenti ideologici e spirituali, di vario genere e di complessa lettura, invero già pre-esistenti in epoca leninista. Ma vogliamo saperne di più.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><em></em><strong><em>Benvenuto Marco. Molto in voga nella Russia post-sovietica, e profondamente ignorato in Occidente, è il dibattito in merito alla rilettura del passato comunista. La portata storica dei settantaquattro anni di esistenza dell’Unione Sovietica, è talmente ampia e densa di avvenimenti, da non poter essere certo riassunta in qualche testo o in una breve considerazione. Tuttavia, scalpore ha suscitato la richiesta, avanzata da alcuni comunisti russi nel 2008, di aprire un percorso di canonizzazione di Josif Stalin. Esposta all’incredulità e all’ilarità del pensiero comune, questa proposta ha trovato forza in una letteratura ed in un filone sconosciuto ai più ma molto radicato negli ex territori sovietici di fede ortodossa (Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia ed in parte persino Kazakistan ed Estonia, dove risiedono corpose comunità di fede cristiano-orientale). Nel terzo capitolo del tuo libro, esponi una disamina attenta e documentata sul periodo storico ruotante attorno alla svolta del 1943, allorquando l’atteggiamento del governo centrale sovietico nei confronti della Chiesa Ortodossa, comincia  a mutare rapidamente. Quali sono le tappe principali di questa ritrovata attenzione per le peculiarità culturali e religiose del Paese da parte del Soviet Supremo?</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Gli aneddoti, spesso, hanno la straordinaria capacità di coniugare vicende particolari ad un clima storico, ad uno <em>zeitgeist</em>, descrivendo magari provocatoriamente il tentativo di conferire uno spirito di eternità universale ad un presente particolare ed episodico. La vicenda a cui fai riferimento, circa la richiesta di santificazione di Stalin, se certamente può suscitare anche una certa ilarità, va tuttavia ben oltre la semplice trovata folcloristica inquadrabile come uno dei tanti fenomeni di <em>nostalgija</em> post-sovietica. In Russia questa richiesta di canonizzazione del “piccolo padre”, chiamato affettuosamente nell’Urss <em>djadja</em> (zio, appunto), venne portata avanti, come sincera forma di religiosità popolare, da alcuni pope e da Sergej Malinkovich, leader del Partito Comunista di San Pietroburgo che, non risparmiandosi certo in fatto di spavalderia, dichiarò fiduciosamente che “<em>entro la fine del XXI secolo in ogni chiesa ortodossa vi sarà un’icona di Josif Vissarionovich</em>”. Ma tale iniziativa non fu affatto isolata, e per certi versi nemmeno originale, nel senso che già altre vicende analoghe avevano fatto emergere una sorta di saldatura popolare tra elementi tradizionali, ideologici, patriottici e religiosità popolare in Russia. Tanto per fare un esempio, ricordo che già padre Yevstafy Zhakov, parroco di Santa Olga a Strel’na, nei dintorni di San Pietroburgo, affisse  tra le icone da venerare anche un ritratto di Stalin insieme alla Matrona di Mosca, una santa del Novecento, e che le sue citazioni nelle preghiere durante le funzioni religiose abbondavano di riferimenti al suo “terzo padre”, Stalin appunto, che caratterizzavano buona parte dei suoi sermoni dal pulpito. “<em>Lo ricordo tutte le volte che è appropriato</em> – dichiarò il sacerdote – <em>il giorno del suo compleanno, della sua morte e quello della Vittoria. Era un vero credente</em>”. L’icona di Stalin a Strel’na non è un caso isolato. Rientra nella più generale atmosfera di “nostalgia” e “riabilitazione” che avvolge la sua figura. Il culto della personalità del “piccolo padre”, difatti, non è mai morto. A tenerlo vivo pensa spesso il Partito Comunista della Federazione Russa. Il leader Gennady Zyuganov, lo ricorda sempre come “<em>un grande statista e patriota i cui piani quinquennali hanno trasformato la Russia in un gigante economico</em>”. Stando a un sondaggio del centro di ricerca <em>All-Russian Public Opinion</em>, il 64% degli intervistati valuta come positivo l’operato di Stalin. Mentre addirittura il 69% concorda con la frase secondo cui “<em>Stalin fu l’uomo che ha portato la prosperità all’Unione Sovietica</em>”.  Non è un caso che anche il Cremlino abbia in qualche modo cercato di cavalcare questa nuova onda spirituale e patriottica – con buona pace del revisionista filoccidentale e liquidazionista Elstin, vera e propria sciagura per la Russia degli anni &#8217;90 consentimi di dire – ricorrendo a svariate operazioni mediatiche ed editoriali ben mirate, volte a presentare uno Stalin quale figura di primo piano della lunga storia russa, riservandogli anche un ruolo primario sia nei testi scolastici che in diverse serie televisive. Questi sono fatti, credo, incontrovertibili; la mia opinione, semplicemente, è che tale sincretismo tra gli elementi di religiosità popolare e la figura di Stalin sia uno dei tanti episodi in cui “fedi” diverse si coniugano indissolubilmente nella cultura russa, come una costante, a prescindere dai rapporti tra ideologia e nostalgia che quotidianamente si sono rimodulati attraverso i secoli. E se fuori dalla chiesetta di Santa Olga, e in diverse città del Paese, vanno a ruba migliaia di santini che ritraggono l&#8217;effige di Stalin impreziosito di un&#8217;aureola, credo sia opportuno riflettere più complessivamente e ben oltre l&#8217;aspetto per così dire <em>kitsch</em> di questi fenomeni, anche delle forme di religiosità ideologica nel mondo (post)sovietico.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Anche tu, come molti analisti del passato, ti chiedi se questa inversione di tendenza e questo ritrovato sentimento nazionale, quando non persino imperiale, nell’approccio politico dell’Unione Sovietica sia spiegabile attraverso una progressiva maturazione strategica che permise a Mosca di recuperare consapevolmente l’eredità storica dell’Impero degli Zar in termini geopolitici, o, invece, attraverso un più profondo bisogno di arricchire l’ideologia e la cultura ufficiale dello Stato Sovietico con elementi e fattori tradizionali. Dunque, calcolo opportunistico o qualcosa di più?</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Lasciami fare una breve premessa, a scanso di equivoci; nel libro ho cercato di sviscerare alcuni aspetti della storia russa e sovietica con il tentativo di sviscerare una serie di questioni irrisolte, o forse nemmeno mai seriamente affrontate nel mondo comunista occidentale, rispetto alle intersezioni storiche tra ideologia e spiritualità. C&#8217;è una complessità straordinaria in questo rapporto, tutta tesa a confutare i facili ed ossessivi semplificazionismi secondo cui socialismo reale fosse sinonimo di ateismo. Ben più ampiamente, le ragioni stesse dell&#8217;internazionalismo di maniera nel mondo comunista scivolano via da una analisi minimamente documentata dal punto di vista storiografico. Non vi è quindi nel libro il tentativo di riscrivere una storia per così dire “al negativo” secondo cui questo rapporto valoriale tra fede e patria vada ribaltato nella storia sovietica, ma semplicemente fare emergere la complessità dialettica di alcuni momenti particolari. Penso – e cerco di rispondere alla tua epocale domanda – che tale inversione di tendenza sia stata accelerata fondamentalmente a cominciare dagli eventi bellici della primavera del &#8217;43 in poi, e dettato da due fattori fondamentali. Da un lato il tentativo di attingere ad ogni riserva spirituale del popolo russo riabilitando il ruolo della Chiesa Ortodossa ed anzi promuovendo e supportando l&#8217;intronazione del Patriarca, dall&#8217;altro completare quell&#8217;imponente progetto di edificazione etica della Russia sovietica, in cui gli elementi di rigore, patriottismo e fede sarebbero poi stati affiancati ai più noti elementi di pianificazione dell&#8217;economia. Ma tale riassetto complessivo che definirei “spirituale” e “valoriale” – su cui peraltro andrebbero analizzati anche fattori di ordine comunicativo e semiotico; basti pensare, ad esempio, alla spettacolare propagandistica murale e visiva dell&#8217;epoca – è stato certamente un cambio di rotta dal punto di vista strettamente giuridico. D’altronde se si sviscerano i testi filosofici del giovane Stalin, lo sdoganamento del patriottismo è l&#8217;estremo compimento di una coerenza anzitutto analitica, che si pone quale esperimento rispetto al marxismo più strettamente economicista degli albori come forma di marxismo dai “caratteri russi”. Come non ricordare le pagine di <em>Principi del Leninismo</em>, dove Josif Stalin definisce il leninismo “<em>il marxismo dell’epoca dell’Imperialismo e della Rivoluzione proletaria</em>”. Tocca infatti al fondatore dell’Unione Sovietica, già nei scritti antecedenti la prima Guerra Mondiale, tracciare e teorizzare la teoria comunista nell’epoca delle lotte anticoloniali e antimperialiste, ponendo in primo piano la cosiddetta <em>questione nazionale</em>. E sarà proprio Lenin ad affidare a Stalin, nel 1912, la stesura del saggio <em>Il marxismo e la questione nazionale</em>, che sarà, almeno fino alla morte dell’autore, la dottrina ufficiale del movimento comunista sulla questione delle nazionalità – a Stalin fu anche affidato il ruolo di commissario politico per le nazionalità nel Governo post-rivoluzionario fino al 1923. Lenin e Stalin si rendono conto della nuova e crescente importanza della questione nazionale ai fini della rivoluzione proletaria e sviluppano arditamente le basi teoriche e pratiche della politica nazionale della classe operaia, conformemente alle esigenze dell&#8217;egemonia del proletariato nelle lotte democratiche dell&#8217;epoca imperialistica, e iscrivono nel programma dei bolscevichi la rivendicazione del diritto di autodecisione delle nazioni. Nell&#8217;epoca dell&#8217;imperialismo, quando il movimento di liberazione nazionale assunse su scala mondiale proporzioni di grande rilievo, si rese necessario ordinare queste idee di Marx e di Engels in un organico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali, così da legare tale questione a quella del rovesciamento dell&#8217;imperialismo, considerandola parte integrante del problema generale della rivoluzione proletaria internazionale. Ed è ciò che è stato fatto da Stalin in estrema coerenza rispetto al leninismo delle origini. A definire marxisticamente le caratteristiche fondamentali della <em>nazione</em> è Stalin in <em>Il marxismo e la questione nazionale</em>: <em>“La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura”</em>, rigettando, allo stesso tempo e con eguale vigore, sia le teorie razziali sia le ricostruzioni che concepiscono la nazione come un conglomerato effimero o casuale. Per Stalin “<em>una nazione ha il diritto di decidere </em><em>liberamente</em><em> il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni</em>”. La “democratizzazione completa del paese” è il fondamento della soluzione alla questione nazionale in Russia, dove bisogna combattere contro “l’imperialismo interno”. La soluzione, incontrovertibilmente e lapidariamente, per Stalin è che “<em>la Russia deve tradursi in un’unione di nazioni e le nazioni in un unione di individui stretti in un’unica società, indipendentemente dalle regioni dello stato in cui vivono</em>”. Quindi è il principio dell’autodeterminazione dei popoli, già teorizzato da Lenin, l’idea necessaria per risolvere la questione russa. Non è un caso che questo principio di autodeterminazione potesse compiersi solo riottenendo gli antichi possedimenti territoriali dello zarismo, che la fine del primo conflitto mondiale lasciava ampiamente amputati ad occidente per i russi. Sempre a proposito di aneddotica, Stalin nella sua umile dacia di Kuncevo conservava un ritratto di Pietro il Grande e, per ovvie ragioni pur disprezzando lo zarismo quale forma di decomposizione di un regime ormai assolutamente antinazionale oltreché antiproletario, non faceva mistero di ispirarsi alla sua figura nel tentativo di riconquista dello spazio nazionale russo, in quei giorni minacciato dall&#8217;avanzare delle armate naziste durante l&#8217;operazione Barbarossa.<em><br />
</em></p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Nei bolscevichi è sempre esistito un carattere mistico, nutrito di elementi gnostici e di speranze teleologiche, che evidenzi molto puntualmente nel tuo primo capitolo. In particolare, riporti le parole di Nikolaj Berdjaev che afferma: “il popolo russo è religioso per sua natura, per carattere e struttura spirituale. L’inquietudine religiosa investe anche i non credenti. L’ateismo, il nichilismo e il materialismo hanno acquisito in Russia una sfumatura religiosa. I russi ignorano lo scetticismo raffinato dei francesi; sono credenti anche quando predicano un comunismo materialistico. Anche quei russi che non solo hanno perduto la fede ortodossa, ma addirittura la perseguitano, conservano nel profondo dell’anima un’impronta dell’Ortodossia. L’idea russa è escatologica, rivolta al fine ultimo. Di qui il massimalismo russo”. In particolare ritieni significativo – alcune pagine più avanti – lo spostamento della capitale da San Pietroburgo a Mosca, interpretandolo come un vero e proprio ribaltamento emblematico della politica tendenzialmente laica e relativamente “europeista” di Pietro il Grande nel XVIII secolo, che sciolse il Patriarcato e fece costruire il nuovo centro imperiale. In Russia, ancor oggi si dice che Stalin abbia messo un’inferriata laddove Pietro aprì una finestra, salvando così l’Unione Sovietica e la Russia, nella sua interezza culturale, dalle nefaste influenze occidentali. Quanto c’è di vero in tutto ciò?</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Berdjaev, che con il bolscevismo mantenne rapporti sempre abbastanza tesi e contraddittori, ebbe tuttavia il merito di coglierne un senso profondo, un’anima mistica, quasi un comune denominatore presente nello sviluppo culturale del popolo russo. Riassumendo estremamente, egli intravide  il senso profondo della vittoria del bolscevismo nella sua origine gnostica; proprio come una fede monoteista, esso aspirava ad essere una forza nuova al servizio dell’umanità.  Il socialismo utopistico di Saint-Simon e il socialismo scientifico di Karl Marx appaiono ugualmente intrisi di pretese religiose, vogliono offrire una concezione d’assieme della vita, risolvere tutti i suoi problemi, sottolineò Berdjaev. Il socialismo, in questo senso, ha un carattere messianico. Ai suoi occhi, esiste una classe predestinata dalla storia ed una struttura rivelatrice, il Partito. Tutti gli attributi del popolo eletto da Dio (attraverso la <em>presa di coscienza</em>, nella terminologia leninista) adesso vengono similarmente trasferiti. Il popolo russo tende verso il Regno di Dio. Ed è questo che spiega non solo le sue virtù, ma anche molti dei suoi vizi. Il Regno di Dio, infatti, gli sfugge. L’anima dell’uomo russo tende storicamente verso il Regno di Dio, ma cede facilmente alle tentazioni, alle contraffazioni e alle illusioni, cade facilmente preda del regno delle tenebre, in un dualismo che il leninismo ha perfettamente schematizzato e recepito. Vi è nei bolscevichi qualcosa di un altro mondo, che appartiene all’aldilà – sempre nell’analisi berdjaeviana – ed energie magiche emanano perfino dai bolscevichi più ordinari. Dietro ogni bolscevico agisce un fideismo collettivo, che accompagna il popolo russo in un sogno politico incantato, che forgia la nazione russa in un cerchio magico. Mi sono divertito, in questo senso, ad accennare anche ad un’altra riflessione sul carattere orientale, messianico ed etico-spirituale del primo bolscevismo, citando un paio di articoletti di Antonio Gramsci del 1917 (<em>Una Rivoluzione contro il Capitale </em>e <em>Cosa ci insegnano i bolscevichi</em>), in cui si scorge, certo con un tono assai più enfatico e strettamente militante, la peculiarità antieconomicistica del leninismo, visto anzitutto come grande fenomeno di purificazione morale della grande nazione russa nell’epoca di sua maggiore corruzione morale, burocratica e abiura militare, a cui lo zarismo in piena disgregazione l’aveva condotta.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Il rapido giro di analisi sulla Russia degli anni Novanta, che compi nel quarto ed ultimo capitolo, fornisce un quadro molto esauriente delle tendenze ideologiche e culturali riemerse dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e di come queste abbiano indirettamente trasformato anche il partito che si propone quale diretto erede del vecchio PCUS, cioè il KPRF di Gennadij Zyuganov. </em>Der<strong>ž</strong>ava<em>, tradotto in italiano per le Edizioni all’Insegna del Veltro col nome di “Stato e Potenza”, è in tal senso un testo fondamentale per comprendere a fondo le lezioni storiche assimilate dai comunisti russi e tutto un ampio patrimonio ideologico, che ad alcuni classici spunti politici del passato leninista – quali la centralità dello Stato, il mito della modernizzazione tecnica del Paese, l’inossidabile sentimento anti-imperialista e l’incremento delle forze produttive – aggiunge l’idea imperiale della </em>Terza Roma<em>, riletta ed attualizzata in virtù della scienza geopolitica, e il recupero in chiave social-popolare di istanze e concetti ortodossi quali sobornost’ e narodnost’. È plausibile pensare ad un ritrovato connubio tra una consistente parte delle gerarchie ortodosse e il nuovo Partito Comunista di Zyuganov in vista delle prossime elezioni del 2012?</em></strong></p>
<div>
<p style="text-align:justify;">Anche qui, breve premessa; proponendo una carrellata dei movimenti che aspirano a riappropriarsi oggi in Russia di concetti quali patria o fede, ed al contempo difendere le conquiste sociali, territoriali, geopolitiche e civili dell&#8217;Unione Sovietica, ci si rende immediatamente conto che alcune categorie di analisi e la dicotomia destra/sinistra siano del tutto inappropriate per descrivere – prima ancora che per giudicare – la geografia politica russa contemporanea, come anche di altri paesi del vecchio blocco socialista, si pensi alla Bulgaria o alla Serbia. Termini quale “conservatore” o “progressista” sono stati completamente spogliati dell’etimologia a cui siamo soliti fare riferimento, basti pensare ad un altro importante testo quale <em>La rivoluzione conservatrice in Russia</em> di Aleksandr Dugin, che smaschera perfettamente l’ambiguità solitamente attribuita al termine “conservatorismo”. Sulla stessa lunghezza d’onda, <em>Stato e Potenza</em> è un testo al tempo stesso geniale, originale ed eretico, nel senso che all’atto della sua pubblicazione ha avuto il merito di divulgare presso il pubblico italiano il <em>background</em> culturale all’interno del quale i comunisti russi di oggi cercano di rispolverare e rinvigorire categorie quali l’attaccamento alla patria, affondando radici di lungo corso nella storia russa – anche pre-sovietica – e cercando, peraltro con buone ragioni, di accreditarsi come i più legittimi prosecutori dei destini politici e spirituali della Santa Rus’. L’epica vittoria di Stalingrado, la difesa della nazione e la costruzione di un grande Impero sovra-nazionale, sono fattori che pesano ancora molto nell’identità russa contemporanea, ben oltre la retorica politica e l’opportunismo putiniano. Il concetto di <em>sobornost’</em>, a cui si appella anche Zjuganov, esprime l’idea comunitaria ed assembleare, legata non direttamente ad un’entità geografica o fisica, ma che più ampiamente insegue l’ambito di una dimensione spirituale esistente potenzialmente anche senza un principio di unificazione esterna, assurgendo al tentativo di fondere unità e molteplicità. In questo senso <em>soviet</em> e <em>sobornost’</em> convivono come declinazioni del medesimo spirito comunitario, come destino di una nazione e di una cultura nelle sue varianti politiche – il soviet, il leninismo, ecc. – e spirituali – come comunità di destino, fondamento e forma teologale, come dinamica vitale e dimora rassicurante nello spirito. Rispetto al riferimento strettamente elettorale a cui ti riferisci, ricordo che un caso abbastanza simile è avvenuto nella Repubblica Moldava alla vigilia delle elezioni parlamentari del 2010, allorquando il presidente comunista in carica, Vladimir Voronin, nella sua campagna elettorale – guarda caso alacremente osteggiata da tutta l’opinione pubblica filoccidentale – organizzò un incontro ufficiale con un centinaio di sacerdoti della Chiesa Ortodossa nella città di Bălţi. L’incontro, presto ribattezzato con scarsa ironia dall’opposizione liberale filoamericana “l’ultima cena”, si concluse con il coinvolgimento del clero nella campagna elettorale in favore del Partito Comunista. Non credo, ovviamente, che il Patriarcato moscovita possa arrivare a tanto, in quanto una certa moderazione nei confronti del putinismo rimarrà senz’altro prevalente, ma a lungo andare – anche alla luce di una certa ambiguità di fondo che si può scorgere nel tandem Putin-Medvedev e delle connesse oligarchie sempre zigzaganti tra il quadro eurasiatico e le minacciose pressioni atlantiste in alcune repubbliche ex-sovietiche – credo che lo scioglimento delle contraddizioni economiche, sociali e geopolitiche della Russia putiniana non possa che sottendere maggiormente ad una ripresa delle tradizioni spirituali e comunitarie russe, a meno che il tritacarne spirituale ed esistenziale del capitalismo occidentale riesca – ma davvero non mi pare un’opzione sul breve termine – a fagocitare completamente il mondo post-sovietico. D’altra parte, credo sia abbastanza incontrovertibile la registrazione del sensibile incremento nel consenso elettorale del KPRF nelle ultime tornate regionali (con una media di circa il 30% dei voti e diverse regioni e città conquistate) avvenuto specularmene al pesante calo di Russia Unita, fotografando sostanzialmente un malcontento diffuso tra le classi lavoratrici, i funzionari pubblici, i pensionati ed anche gran parte delle forze armate che, negli ultimi anni, hanno costantemente visto erodere il loro tenore di vita in base ad un oggettivo processo di polarizzazione classista nella società russa contemporanea.</p>
<h3 style="text-align:justify;"></h3>
<p style="text-align:center;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h3></h3>
<p style="text-align:justify;"><strong>Strategos ricorda che il testo <em>Soviet e Sobornost&#8217;</em> è disponibile e ordinabile all&#8217;interno del catalogo delle Edizioni all&#8217;Insegna del Veltro, consultabile direttamente presso il <a href="http://www.insegnadelveltro.it/libreria/">sito internet</a> della casa editrice.</strong></p>
</div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rivistastrategos.wordpress.com/1294/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rivistastrategos.wordpress.com/1294/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1294&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>intervista / STRATEGOS INCONTRA DIEGO BERTOZZI</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 14:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ALLE RADICI DI UN IMPERO ROSSO a cura di Andrea Fais &#160; Abbiamo incontrato Diego Angelo Bertozzi, ricercatore e saggista bresciano, autore del saggio La Cina da Impero a Nazione &#8211; dalle guerre dell&#8217;oppio alla morte di Sun Yat-sen (1840-1925) recentemente pubblicato per la Edizioni Simple: ci ha parlato del suo libro, individuando con dovizia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1282&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">ALLE RADICI DI UN IMPERO ROSSO</h2>
<p style="text-align:center;"><strong><em>a cura di Andrea Fais</em></strong></p>
<h2 style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/07/46467618_jex_470253_de27-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1285" style="border:3px solid black;" title="_46467618_jex_470253_de27-1" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/07/46467618_jex_470253_de27-1.jpg?w=600" alt=""   /></a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Abbiamo incontrato Diego Angelo Bertozzi, ricercatore e saggista bresciano, autore del saggio </em>La Cina da Impero a Nazione &#8211; dalle guerre dell&#8217;oppio alla morte di Sun Yat-sen (1840-1925)<em> recentemente pubblicato per la Edizioni Simple: ci ha parlato del suo libro,<span id="more-1282"></span> individuando con dovizia di particolari tutti gli elementi di continuità e di discontinuità tra il passato e il presente di una nazione indomita e orgogliosa, cosciente del suo ruolo e delle sue grandi capacità.</em></p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<div class='embed-vimeo' style='text-align:center;'><iframe src='http://player.vimeo.com/video/25965366' width='400' height='300' frameborder='0'></iframe></div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rivistastrategos.wordpress.com/1282/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rivistastrategos.wordpress.com/1282/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1282&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>iniziativa / FERMARE L&#8217;AGGRESSIONE ALLA LIBIA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 15:36:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus "Africa"]]></category>
		<category><![CDATA[Focus "Vicino Oriente"]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica e Socialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[GIU&#8217; LE MANI DALLA LIBIA &#160; Da oltre due mesi il territorio libico è teatro dei bombardamenti della cosiddetta coalizione dei volenterosi, inizialmente formatasi nel quadro della risoluzione 1973 dell’Onu, ma immediatamente ricompattatasi sotto le più esplicite insegne della Nato. Questo passaggio di comando non è un evento da sottovalutare. Anzitutto, la risoluzione in esame [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1270&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">GIU&#8217; LE MANI DALLA LIBIA</h2>
<h2 style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/07/hol.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1271" title="hol" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/07/hol.jpg?w=600" alt=""   /></a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify;">Da oltre due mesi il territorio libico è teatro dei bombardamenti della cosiddetta coalizione dei volenterosi, inizialmente formatasi nel quadro della risoluzione 1973 dell’Onu, ma immediatamente ricompattatasi sotto le più esplicite insegne della Nato. Questo passaggio di comando non è un evento da sottovalutare. Anzitutto, la risoluzione in esame aveva previsto l’imposizione di una <em>no-fly zone</em> sui cieli del territorio nazionale, volta ad impedire che la presidenza e il governo della Gran Jamāhīriyya di Libia popolare e socialista, proseguissero <span id="more-1270"></span>nella repressione degli insorti sollevatisi in alcuni distretti della Cirenaica. Questo provvedimento implicava come logica conseguenza militare, che potessero essere colpiti solo i principali luoghi di rifornimento aereo di Gheddafi. Tutto ciò, invece, è stato ampiamente superato, sin dalla prima notte di bombardamenti, durante la quale la marina statunitense ha sganciato ben 110 missili <em>BGM-109 tomahawk</em>, ossia ordigni da crociera progettati sin dai primi anni Settanta, che contengono una testata nucleare di tipo W-80, dotati di una potenza esplosiva originariamente compresa tra i 5 e i 150 kiloton. Per avere un’idea della versione per obiettivi di terra, è possibile osservarlo in questo video sperimentale:</p>
<p style="text-align:center;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://rivistastrategos.wordpress.com/2011/07/02/iniziativa-fermare-laggressione-alla-libia/"><img src="http://img.youtube.com/vi/8sa7ZX58Kk4/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p style="text-align:justify;">Gà in quei primi giorni era chiaro che la coalizione atlantica (principalmente composta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, col supporto di Norvegia, Italia, Qatar e Repubblica Ceca) stava intervenendo in maniera massiccia, oltrepassando le ragioni della missione stabilita in sede ONU. Per di più, dei simili ordigni o gli stessi missili tattici anti-carro e anti-radar <em>AGM-65 Maverick</em> e <em>AGM-88 HARM</em> tradizionalmente trasportati dai caccia F-16, non garantiscono una precisione di tiro assoluta, oltre al fatto che la dimensione simultanea delle guerre negli ultimi venti anni (soprattutto a partire dall’operazione <em>Desert Storm</em> in Iraq nel 1991) non concepisce più alcuna sequenzialità all’interno del teatro operativo, tanto più in una circostanza come quella libica, dove, in base alla risoluzione Onu, per ora, la discesa a terra non è consentita alle truppe della coalizione atlantica. Il confronto terrestre, dunque, al momento resta soltanto quello interno al Paese tra l’esercito regolare di Gheddafi e gli insorti e/o mercenari della Cirenaica, per altro già da tempo pesantemente armati da agenti stranieri, presumibilmente francesi, egiziani, americani e britannici. Tuttavia, questo vincolo non consente in alcun modo di considerare quella della Nato come una semplice operazione di sicurezza e di supporto. Il divieto di scendere a terra stabilito dalla risoluzione 1973, è stato semplicemente aggirato attraverso un accerchiamento aero-navale che stringe la Libia nella morsa di un confronto totalmente sproporzionato sia sul piano politico che su quello militare. Malgrado le considerazioni della classe dirigente italiana, non c&#8217;è alcun modo per indorare la pillola. La coalizione atlantica è in guerra e, con lei, l’Italia: il comando dell&#8217;operazione di sfondamento <em>Odissey Dawn</em> è stato coordinato presso la base di Capodichino, diversi cacciabombardieri in dotazione all’Esercito hanno partecipato alle missioni sui cieli della Libia e la <em>Portaerei Garibaldi</em> (dotata di lanciamissili, lanciasiluri e di una capacità di carico massima di 12 cacciabombardieri <em>AV-8B</em>) è tutt’ora impegnata al largo delle coste libiche nelle acque del Golfo della Sirte.</p>
<p style="text-align:justify;">Ormai è evidente che:</p>
<p style="text-align:justify;">-          La risoluzione Onu è stata oltrepassata e violata, anche alla luce delle nuove prove che hanno documentato la quasi completa inconsistenza dei principali capi d’imputazione contro Gheddafi (fosse comuni poi rivelatesi inesistenti, massacri mai filmati, bombardamenti sulla folla mai documentati ecc. …)</p>
<p style="text-align:justify;">-          La Libia è vittima di un’ennesima aggressione della Nato, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d&#8217;influenza della Nato, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentale scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align:justify;">-          L’Italia è a tutti gli effetti un membro della coalizione atlantica e sta svolgendo un ruolo attivo all’interno del teatro operativo in Libia.</p>
<p style="text-align:justify;">Eppure, stavolta, a distanza di otto anni dall&#8217;avvio dello sciagurato intervento in Iraq, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questa aggressione imperialista, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy, e dove addirittura le opinioni puramente personali e umorali in merito a Gheddafi hanno prevalso su qualsiasi ragionamento strategico e politico a lungo termine. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa, risulta opportuno utilizzare al meglio la rete e qualunque mezzo a disposizione per sensibilizzare la pubblica opinione nazionale e mobilitarne le coscienze, affinché sia possibile organizzare una manifestazione popolare unitaria, <strong>per chiedere l’immediato ritiro delle truppe italiane dalla missione in Libia</strong> e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America, e <strong>per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini</strong>, in seguito alla gravissima violazione degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, stabiliti nel 2008 all’interno del Trattato di Amicizia di Bengasi.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong>Per adesioni, lasciate un commento o scrivete, indicando generalità e proposte, all’indirizzo di posta elettronica: <em>rivistastrategos@hotmail.it</em></strong></p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Strategos</strong></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rivistastrategos.wordpress.com/1270/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rivistastrategos.wordpress.com/1270/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1270&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>recensione / MICHEL &#8216;AFLAQ E IL NAZIONALISMO ARABO</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 19:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MICHEL &#8216;AFLAQ E IL NAZIONALISMO ARABO: IL BA’ATH COME RINASCITA &#160; TITOLO: La Resurrezione degli Arabi AUTORE: Michel &#8216;Aflaq EDITORE: Edizioni All&#8217;Insegna del Veltro ANNO: 2011 PAGG.: 70 PREZZO: 7 € Ancora una volta è la Collana Gladio&#38;Martello delle Edizioni All’Insegna del Veltro a segnalarci un’uscita interessante. Dopo aver approfondito le tematiche storico-politiche del complesso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1250&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 align="center"><strong>MICHEL &#8216;AFLAQ E IL NAZIONALISMO ARABO:<br />
IL BA’ATH COME RINASCITA</strong></h2>
<h2><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/aflaq1-16drzjybgjnk8sw4o4k8wso4k-1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg-th.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1251" style="border:3px solid black;" title="aflaq1.16drzjybgjnk8sw4o4k8wso4k.1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg.th" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/aflaq1-16drzjybgjnk8sw4o4k8wso4k-1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg-th.jpeg?w=212&#038;h=317" alt="" width="212" height="317" /></a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TITOLO:</strong> La Resurrezione degli Arabi</p>
<p><strong>AUTORE:</strong> Michel &#8216;Aflaq</p>
<p><strong>EDITORE:</strong> Edizioni All&#8217;Insegna del Veltro</p>
<p><strong>ANNO:</strong> 2011</p>
<p><strong>PAGG.:</strong> 70</p>
<p><strong>PREZZO:</strong> 7 €</p>
<p style="text-align:justify;">Ancora una volta è la Collana <em>Gladio&amp;Martello</em> delle Edizioni All’Insegna del Veltro a segnalarci un’uscita interessante. Dopo aver approfondito le tematiche storico-politiche del complesso e semi-sconosciuto anti-sionismo sovietico, ma soprattutto sulla scia delle precedenti uscite monografiche relative alle rispettive figure di Gamāl Abd al-Nāser e Mu’ammar  Gheddafi, la casa editrice parmense pubblica <em>La Resurrezione degli Arabi</em>, un testo che raccoglie le riflessioni di Michel &#8216;Aflaq, l’intellettuale siriano considerato unanimemente il padre del Panarabismo.<span id="more-1250"></span> L’introduzione è affidata ad un saggio di Alessandro Iacobellis che ripercorre con un’attenta ricostruzione storica la vicenda di &#8216;Aflaq e del Partito Socialista della Rinascita Araba, il famigerato <em>Ba’th</em>. Negli Anni Trenta, l’Impero Ottomano era ormai dissolto e i grandi movimenti politici di massa europei stavano influenzando i tanti fermenti sociali presenti nel mondo meno avanzato. I Paesi Arabi rappresentavano una sorta di <em>terra di mezzo</em> che, come ricorda lo stesso Albert Hourani, usciva paradossalmente rafforzata dall’esperienza coloniale dei decenni precedenti: l’incremento demografico nel trentennio 1910-1940 e l’introduzione delle prime forme di trasporto meccanizzato innescarono trasformazioni nel tessuto tradizionalmente agricolo e semi-nomade delle società arabe<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, provocando un notevole afflusso delle popolazioni nelle città più industrializzate, dove stava già nascendo una nuova borghesia nazionale<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. Questo fermento così improvviso all’interno di Paesi per lungo tempo caratterizzati da sistemi feudali e dalle dominazioni coloniali, costituì terreno fertile per l’emergere di una coscienza nazionale capace di coinvolgere tutti gli strati sociali delle nazioni arabe. A differenza di quanto avvenne in Turchia con Atatürk, però, la forte spinta modernizzatrice che caratterizzava questi movimenti politici non intendeva abbandonare la tradizione, incorporandone molti elementi all&#8217;interno delle rivendicazioni popolari, a partire dalla riscoperta della lingua e persino delle tradizioni pre-islamiche, che riaffioravano grazie alle epocali scoperte archeologiche di inizio Novecento, soprattutto in Egitto e in Siria. Tuttavia “<em>nel nazionalismo vi era inevitabilmente un elemento islamico</em>”<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, anche se questo tendeva a non prevalere sul resto, per cercare di privilegiare lo spirito di unità nazionale anziché la frammentazione inter-religiosa, piuttosto probabile all’interno di società come quella egiziana e quella siriana, dove musulmani e cristiani coabitavano da secoli. In questo quadro è chiaro come il socialismo nazionalista teorizzato da &#8216;Aflaq potesse soltanto in parte trarre ispirazione dal marxismo e dal leninismo, altresì dominanti negli ambienti operai dell’Europa e negli strati proletari e contadini della Russia zarista. Difatti, nonostante la modernizzazione, il quadro politico e sociale dei Paesi Arabi tra le due Guerre era quello di territori ancora pesantemente influenzati da un Islam tutt’altro che secolarizzato e a lungo sottoposti alla dominazione imperialista straniera. Come avrebbe meritoriamente indicato Stalin ne <em>I Principi del Leninismo</em>, partendo dal presupposto dell’ineguale sviluppo capitalistico all’interno del pianeta intero, la lotta per l’indipendenza nazionale e per l’eliminazione del dominio straniero è oggettivamente una lotta progressiva in direzione del socialismo, anche nel caso in cui questa sia innescata da forze politiche non-marxiste o perfino borghesi. La spiritualità, estromessa nel marxismo, può dunque diventare un elemento ideologico determinante ed indissolubile dalla lotta per l’emancipazione sociale delle classi lavoratrici, delle donne e degli strati sociali più bassi nel loro complesso, come fu evidenziato dallo stesso studioso siriano Constantin Zureiq, che tentò di introdurre una particolare sintesi tra spirito di modernizzazione e preservazione delle tradizioni islamiche. Nomi altisonanti come quelli di Nasser, di Gheddafi o dello stesso Saddam Hussein, devono molto al contributo teorico di &#8216;Aflaq. Questo non impedì certo ad Egitto o Siria alleanze strategiche con l’Unione Sovietica che, in modo meritoriamente pragmatico e immune da dogmatismi ideologici, seppe individuare, soprattutto a partire dal 1966, in quei movimenti di liberazione nazionale una forza anti-imperialista ed anti-sionista senza pari, proprio in uno scenario geopolitico ormai prioritario e costantemente instabile come quello del Medio Oriente nel secondo Novecento.</p>
<h2 style="text-align:justify;"></h2>
<div style="text-align:right;"><strong><em>Strategos</em></strong></div>
<h2 style="text-align:right;"></h2>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> A. HOURANI, <em>Storia dei Popoli Arabi &#8211; da Maometto ai nostri giorni</em>, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, pp. 333-334</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> A. HOURANI, <em>Storia dei Popoli Arabi &#8211; da Maometto ai nostri giorni</em>, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 336</p>
</div>
<div>
<p style="text-align:justify;"><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> A. HOURANI, <em>Storia dei Popoli Arabi &#8211; da Maometto ai nostri giorni</em>, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 343</p>
</div>
</div>
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		<title>intervista / STRATEGOS INCONTRA DANIELE SCALEA</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 17:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A TU PER TU CON&#8230; DANIELE SCALEA ****************************************************************** DALLE RIVOLTE ARABE ALLE NUOVE CONTRAPPOSIZIONI STRATEGICHE: L&#8217;ANALISI DI DANIELE SCALEA a cura di Andrea Fais Abbiamo incontrato Daniele Scalea, redattore della Rivista di Studi Geopolitici Eurasia e segretario scientifico dell&#8217;ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e scienze ausiliarie), proprio a pochi giorni dall&#8217;uscita, per le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1244&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong>A TU PER TU CON&#8230; DANIELE SCALEA</strong></p>
<p style="text-align:center;">******************************************************************</p>
<h2 style="text-align:center;">DALLE RIVOLTE ARABE ALLE NUOVE CONTRAPPOSIZIONI STRATEGICHE: L&#8217;ANALISI DI DANIELE SCALEA</h2>
<p style="text-align:center;"><em><strong>a cura di Andrea Fais</strong></em></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/164496_137064789690368_123929557670558_247575_1664441_n.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1247" style="border:3px solid black;" title="164496_137064789690368_123929557670558_247575_1664441_n" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/164496_137064789690368_123929557670558_247575_1664441_n.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Abbiamo incontrato Daniele Scalea, redattore della Rivista di Studi Geopolitici </em>Eurasia<em> e segretario scientifico dell&#8217;ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e scienze ausiliarie), proprio a pochi giorni dall&#8217;uscita, per le Edizioni Avatar, del saggio </em>Capire le rivolte arabe<em>, scritto a quattro mani con Pietro Longo. Proprio alla situazione nord-africana e alla Libia è dedicata la prima parte di questa intervista, <span id="more-1244"></span> che prosegue con un generale sguardo alle possibili alleanze del mondo asiatico in risposta ad un egemonismo atlantico di reflusso, che riemerge malgrado la pesante crisi finanziaria lo costringa al basso profilo internazionale.</em></p>
<p style="text-align:center;"><div class='embed-vimeo' style='text-align:center;'><iframe src='http://player.vimeo.com/video/25242830' width='400' height='300' frameborder='0'></iframe></div></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rivistastrategos.wordpress.com/1244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rivistastrategos.wordpress.com/1244/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1244&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>recensione / QUESTIONE EBRAICA E SOCIALISMO REALE</title>
		<link>http://rivistastrategos.wordpress.com/2011/06/12/recensione-questione-ebraica-e-socialismo-reale/</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 10:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni bibliografiche]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ANTI-SIONISMO SOVIETICO TRA STALINISMO E ATEISMO: UN TESTO CHE FARA&#8217; DISCUTERE TITOLO: Questione ebraica e Socialismo Reale AUTORE: Autori vari EDITORE: Edizioni All&#8217;Insegna del Veltro ANNO: 2011 PAGG.: 130 PREZZO: 12 € ISBN: 978-88-904736-5-4 La collana Gladio e Martello rappresenta l’ultima novità editoriale sfornata dalle Edizioni All’Insegna del Veltro di Parma. Curato dal giovane Stefano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1232&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;"><strong>L&#8217;ANTI-SIONISMO SOVIETICO TRA STALINISMO E ATEISMO:<br />
UN TESTO CHE FARA&#8217; DISCUTERE</strong></h2>
<h2 style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/questione-ebraica-e-socialismo-reale2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1233" style="border:3px solid black;" title="questione ebraica e socialismo reale2" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/questione-ebraica-e-socialismo-reale2.jpg?w=222&#038;h=300" alt="" width="222" height="300" /></a></h2>
<h3></h3>
<p><strong>TITOLO:</strong> Questione ebraica e Socialismo Reale</p>
<p><strong>AUTORE:</strong> Autori vari</p>
<p><strong>EDITORE:</strong> Edizioni All&#8217;Insegna del Veltro</p>
<p><strong>ANNO:</strong> 2011</p>
<p><strong>PAGG.:</strong> 130</p>
<p><strong>PREZZO:</strong> 12 €</p>
<p><strong>ISBN:</strong> 978-88-904736-5-4</p>
<h3></h3>
<p style="text-align:justify;">La collana <em>Gladio e Martello</em> rappresenta l’ultima novità editoriale sfornata dalle <em>Edizioni All’Insegna del Veltro</em> di Parma. Curato dal giovane Stefano Bonilauri, <span id="more-1232"></span>questo catalogo, giunto ormai alla sua quarta pubblicazione, si propone sin dai suoi primi intenti di costituire un punto di riferimento nella divulgazione di testi e saggi storico-culturali capaci di approfondire gli studi nella zona storico-teorica di “penombra” stanziata tra i socialismi (ivi compreso quella marxista) e le idee <em>nazionali</em>.  Non ci si deve dunque sorprendere se in un contesto ideologico e <em>culturale</em> come quello italiano, e più in generale occidentale, lo spazio di manovra per certe ricerche è sicuramente denso di potenziali insidie e di possibili intimidazioni. D’altronde per superare l&#8217;ormai declinante dimensione estetica dei vari culti della militanza politica occidentale è necessario ripristinare l’analisi e lo studio al centro del dibattito e indubbiamente questo <em>Questione Ebraica e Socialismo Reale</em>, sottoposto all’attenzione del nostro sito, costituisce una pubblicazione in netta controtendenza rispetto a tutte le classiche vulgate della ricostruzione storica imperanti in Europa. Al di fuori di facili schematizzazioni e di semplificazioni in cerca di frettolosi consensi, il testo rispolvera le riflessioni dello studioso sovietico Trofim Korne’evic Kichko, autore di un furioso ma documentato saggio anti-religioso, intitolato <em>Giudaismo senza abbellimenti</em>, che mette in luce la pericolosità dell&#8217;ebraismo sul piano politico, originariamente pubblicato in Unione Sovietica nel 1963 col patrocinio dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina. Già all’epoca fu in grado di scatenare una sconcertata reazione in Occidente, anche all’interno di diversi partiti comunisti, tra cui quello francese, quello svedese, quello canadese e quello danese. In tutto il mondo, soprattutto tra gli ambienti politici della sinistra, le richieste di chiarimenti all’Unione Sovietica si fecero pressanti e sempre più serie: la questione non era di poco conto, poiché a meno di venti anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un’accademia del più grande paese socialista del mondo dava alle stampe un testo dai contenuti pesantemente anti-ebraici. Probabilmente, in Occidente, poco si conosceva del complesso e difficile rapporto tra le popolazioni indigene di origine slava e le comunità ebraiche askenazite ivi insediatesi nei rispettivi Paesi dell’Est. In generale sembrava non essere adeguatamente compreso come il conflitto che qui in Occidente è passato alla storia quale Seconda Guerra Mondiale, dall’altra parte della Cortina di Ferro era ormai celebrato col nome di “Grande Guerra Patriottica”, ad indicare un atroce conflitto nel quale ben 26 milioni di sovietici, tra militari e civili, persero la vita, e che, perciò, se un sacrificio andava commemorato, di certo era quello del proprio popolo, senza dover chinare il capo in alcun modo nei confronti di ambienti politici e culturali occidentali, pronti a volgere nuovamente le spalle alla Russia, indicandola come il nuovo <em>nemico della libertà</em>. Dalla prefazione dello stesso curatore, leggiamo come in un articolo pubblicato da <em>L’Unità</em> il 30 marzo del 1964, apertamente si sosteneva che “<em>Stalin, soprattutto nei suoi ultimi anni, diffuse un certo spirito nazionalista e perciò antisemita tra il popolo in genere ma anche – e forse questo conta di più – tra gl&#8217;intellettuali, i funzionari di governo ed anche quelli del Partito Comunista</em>”. Tuttavia non c’è da stupirsi se Kichko, nel tipico stile sovietico, affronta la complessa problematica della questione ebraica in base ai criteri e al linguaggio del marxismo-leninismo: fu già Karl Marx – di origini ebraiche ma tutt’oggi considerato da diversi esponenti del mondo ebraico come un “pericoloso antisemita” –  nel suo <em>La questione ebraica</em> del 1848, a suscitare un vespaio di polemiche proprio per aver individuato i semi della trasformazione borghese e mercantile della società europea nella fase di <em>mondanizzazione</em> della religione ebraica operata dalla secolarizzazione del cristianesimo. Venne poi la polemica in merito al Bund, il sindacato ebraico polacco, accusato per anni dai bolscevichi di “scissionismo” e di “sciovinismo”, fino al periodo staliniano, ancor oggi giudicato in modo controverso dagli storici, divisi tra sostenitori delle tesi estreme sullo Stalin “antisemita” e “ritrovato ortodosso” (Louis Rapaport e Jonathan Brent) e più algidi osservatori che preferiscono elidere gli aspetti religiosi e ideologici dalla campagna anti-sionista ed anti-cosmopolita inaugurata in Unione Sovietica tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta (Domenico Losurdo). Tuttavia, dopo l’opuscolo di Kichko, il testo prosegue con due saggi di Claudio Veltri che ampliano la visuale a tutto il secondo Novecento, fornendo una lettura molto precisa sul complesso e spesso ostile rapporto tra le dirigenze socialiste della Polonia e della Cecoslovacchia e le rispettive comunità ebraiche: dal ruolo mai chiarito di Gomulka alla “condanna” di Jaruzelski, bollato da molti ebrei come un pericoloso “nazional-comunista”, dal processo di Praga contro Rudolf Slansky, accusato come <em>punta di diamante</em> del complotto “sionista e cosmopolita” architettato per uccidere il presidente della Repubblica Socialista della Cecoslovacchia, il delfino stalinista Klement Gottwald, fino alle implicazioni del comitato ebraico Joint nell’organizzazione della Primavera di Praga del 1968. Vignette satiriche sovietiche e citazioni da importanti pubblicazioni dell’epoca, ci consegnano infine un ritratto che appesantisce la mole del materiale di propaganda anti-sionista diffuso in Unione Sovietica negli anni Sessanta e Settanta. Molto utile come supporto storico per la preziosa documentazione fornita, questo testo potrà contribuire ad aprire un serio dibattito sul ruolo del sionismo (pur nelle sue varie e diverse forme interne) nel campo della politica internazionale, senza scadere tanto nel becero complottismo quanto nelle ricostruzioni dogmatiche tipiche dell’isteria collettiva occidentale.</p>
<h3 style="text-align:justify;"></h3>
<p align="right"><em>Strategos</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rivistastrategos.wordpress.com/1232/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rivistastrategos.wordpress.com/1232/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1232&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>analisi / REFERENDUM: COSA E&#8217; IN BALLO?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 15:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Strategos - think-tank di geopolitica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Epistemologia della Geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[LA DIFESA E IL POTENZIAMENTO DELLO STATO, CARDINI DEL MULTIPOLARISMO di Andrea Fais Le posizioni di questo spazio multimediale di approfondimento in materia di politica internazionale e geopolitica, sono ormai abbastanza chiare, e la linea editoriale impressa a questo blog segue sin dalle sue origini un carattere prevalentemente scientifico ed analitico. I criteri di approfondimento [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rivistastrategos.wordpress.com&amp;blog=12909189&amp;post=1216&amp;subd=rivistastrategos&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">LA DIFESA E IL POTENZIAMENTO DELLO STATO,<br />
CARDINI DEL MULTIPOLARISMO</h2>
<p style="text-align:center;"><em><strong>di Andrea Fais</strong></em></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/48_referendum.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1217" title="48_referendum" src="http://rivistastrategos.files.wordpress.com/2011/06/48_referendum.jpg?w=600" alt=""   /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Le posizioni di questo spazio multimediale di approfondimento in materia di politica internazionale e geopolitica, sono ormai abbastanza chiare, e la <em>linea editoriale</em> impressa a questo blog segue sin dalle sue origini un carattere prevalentemente scientifico ed analitico. I criteri di approfondimento giornalistico, infatti, hanno sempre cercato di mantenere intatto il carattere saggistico che ne costituisce le fondamenta. <span id="more-1216"></span>Tutto ciò non è in contrasto con l’orientamento socialista e multipolarista del nostro think-tank, ma anzi ne rafforza le basi teoriche, proprio nella misura in cui non esiste possibilità di superamento del sistema liberista, senza un’adeguata consapevolezza scientifica della struttura economica, politica e sociale che ne compone l’ossatura. Negli anni, come già visto in precedenti analisi, la cultura politica del socialismo è scaduta enormemente in basso, sino alle più sconcertanti derive dei giorni nostri, allorquando i partiti e movimenti politici nominalmente ricondotti al comunismo, si sono ridotti a rappresentare interessi sociali estranei o minoritari, quasi completamente alieni rispetto alle <em>tenaci cose della realtà</em>. Dall’inopportuna presenza ai <em>gaypride</em> sino alle campagne di solidarietà e vicinanza in sostegno alle rivoluzioni colorate degli ultimi dieci anni, appare sempre più evidente l’incapacità cronica di costruire strumenti teorici adeguati a leggere la complessa realtà sociale e internazionale dei giorni nostri, perseverando all’interno di formule sature, di slogan insignificanti e di categorie semplicistiche chiaramente insufficienti dinnanzi agli epocali cambiamenti storici delineatisi negli ultimi centocinquanta anni. Riteniamo perciò insulso e privo di consistenza il richiamo alle urne da parte dell’ennesima ammucchiata delle fantomatiche sinistre, per esprimere quattro &#8220;SI&#8221; ai prossimi referendum: non soltanto perché questa scelta di campo, nei fatti, si riduce all’ennesimo spettacolo da circo del solito e becero antiberlusconismo, ma anche perché proprio questa mossa contribuirà, ancora una volta, ad appiattire le posizioni delle forze social-comuniste sulle proposte di Bersani, Vendola, Di Pietro e del qualunquismo alla Beppe Grillo, e ad affossare qualunque margine di agibilità politica per le forze che si richiamano al socialismo cronicizzandone l’incapacità di analisi ed oscurandone ogni iniziativa, sino alla totale scomparsa sul piano della rappresentanza politica. Dopo venti anni di finzione post-ideologica, riteniamo inaccettabile che persino i più stringenti temi sociali ed economici del nostro Paese, continuino ad essere oggetto di valutazione in relazione ai distorti e falsati parametri di analisi forniti dalla noiosa polemica berlusconismo-antiberlusconismo. Anzitutto perché il presunto <em>ventennio berlusconista</em>, è in realtà suddiviso in una quasi perfetta parità temporale (nove anni ciascuno) tra governi di centro-destra e governi di centro-sinistra. In secondo luogo, perché le maggiori (proprio perché precedenti) responsabilità in termini di incremento della subordinazione dell’Italia all’interno del fronte imperialistico a guida statunitense e in termini di distruzione dell’apparato statale, ricadono proprio sui governi di centro-sinistra, ad iniziare da quelli di Giuliano Amato (1992-1993) e di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994) – resisi responsabili di gravi omissioni mentre, nell’immediato post-tangentopoli, vasti settori della nostra industria pubblica e strategica furono improvvisamente ceduti a gruppi di interesse privati e a lobby economiche straniere, per lo più riconducibili ad oligarchie statunitensi ed inglesi – per proseguire con i governi di Romano Prodi (1996-1998) e Massimo D’Alema (1998-2000), soprattutto in relazione all’introduzione di norme in materia di mobilità e precarizzazione del mercato del lavoro (Legge Treu) e in merito alla partecipazione all’aggressione imperialista della Nato ai danni della Serbia e del legittimo governo di Slobodan Milosevic: un’aggressione i cui effetti politici e strategici sono evidenti ancora oggi, ad iniziare dalle responsabilità della Nato, della Cia, dell’MI6, dell’Onu e della Corte di Giustizia Internazionale de L’Aja nel massiccio bombardamento sulla Serbia, nel massacro perpetrato ai danni delle comunità serbe della Bosnia, del Kosovo-Methoija e del Montenegro, nell’infiltrazione di gruppi integralisti islamici stranieri all’interno dell’ex Yugoslavia tra il 1991 e il 1999, nella morte di Slobodan Milosevic (avvenuta in circostanze misteriose all’interno delle carceri de L’Aja nel 2006), nell’illegale ed illegittima dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del governo del Kosovo e nell’installazione, al suo interno, di Camp Bondsteel, una delle più grandi ed imponenti basi americane in Europa. Come se non bastasse, gran parte della sinistra italiana, dinnanzi all’arresto di Ratko Mladic, non ha trovato che un nuovo volano per accodarsi al diktat liberal-democratico imposto da Washington, chiaramente impegnata a rilanciare tutta quella serie di mezzi propagandistici che ne muovono la macchina del soft-power: dall’individuazione di <em>mostri</em> o <em>dittatori</em> da sbattere improvvisamente in prima pagina alle lotte civili o per il riconoscimento (ivi compresi i gaypride), dalle organizzazioni non governative fino alla promozione formale dei diritti umani e all’assegnazione del premio Nobel per la pace ai personaggi più pericolosi per la sicurezza internazionale, come l’estremista anarco-liberista Liu Xiaobo, il liquidatore e sabotatore Mikhail Gorbaciov (recentemente festeggiato da una platea hollywoodiana a Londra) o l’onnipresente Dalai Lama, un estremista teocrate che, al fianco dei suoi amici divi multi-milionari, non nasconde di certo il suo programma neo-feudale e reazionario finalizzato alla destabilizzazione e alla separazione della regione autonoma cinese del Tibet dalla Repubblica Popolare Cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli esponenti di questa sinistra, sempre più <em>atlantica</em> e sempre meno <em>italiana</em> ed<em> europea</em>, non hanno perciò alcuna autorità morale né tanto meno politica per legittimarsi, dinnanzi agli elettori, come credibili sostenitori di una fantomatica sicurezza sociale e tanto meno di una fantomatica giustizia popolare. Come la storia dimostra, la <strong>sovranità nazionale</strong>, l’<strong>indipendenza</strong> e il reale<strong> progresso tecnico e sociale</strong>, sono processi risultanti da una lunga ma decisiva fase di potenziamento dello Stato, e questo avviene tanto più oggi, in un’epoca in cui appare sempre più chiaro come il pur evidente declino dello <em>Stato westfaliano</em> non abbia avuto, in ogni caso, nulla a che fare con gli scenari prefigurati dalle variegate mitologie anarco-capitalistiche a riguardo di una supposta e fantasiosa <em>fine della storia</em> o <em>fine degli Stati</em>: mitologie dominanti nel dibattito degli Anni Novanta. Come ricorda lo stesso Carlo Jean, “<em>la domanda di sicurezza dei cittadini e la necessità di interventi immediati a sostegno dei settori economici entrati in crisi, hanno sottolineato ed evidenziato una volta per tutte che la cosiddetta ‘post-modernità’ è una fantasia</em>”<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, tanto che “<em>non sono mutate né natura né funzioni dello Stato</em>”<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> e che esso “<em>rimane, così come è stato creato: soprattutto una ‘macchina da guerra’ che produce sicurezza, esterna e interna</em>”<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. Sicuramente in Occidente, non è possibile parlare in tal senso di un ritorno al keynesismo, dal momento che il declino, ormai irreversibile, dell’era fordiana ne impedisce qualunque riferimento specifico. Tuttavia, durante gli anni Novanta, la percezione sociale della pubblica opinione è stata alienata dalla mitologia della post-modernità e della globalizzazione, in virtù dell’illusione secondo la quale, con l’internazionalizzazione dei mercati finanziari e con la digitalizzazione dei servizi, fosse possibile rimuovere dalla realtà la logica degli spazi e dei territori, riproducendo l’intero globo ad immagine e somiglianza degli Stati Uniti. L’internazionalizzazione dei mercati, in realtà, non è un risultato ma è soprattutto un mezzo, uno strumento finanziario che si serve di precise tattiche economiche ma anche &#8220;valoriali&#8221; e culturali come, ad esempio, la mitologia del <em>melting pot</em> e del cosmopolitismo – regolarmente smentita, tra l’altro, dalla ciclica riemersione di rivendicazioni identitarie, soprattutto nei Paesi meno avanzati o in via di sviluppo – quali tipici fattori liberal-democratici di atomizzazione sociale e di disgregazione collettiva, nel nome di un culto <em>simil-calvinista</em> delle libertà personali. Lo scopo di Washington era ed è un altro: in tale fase di <em>accumulazione flessibile</em><a title="" href="#_ftn4">[4]</a>, de-regolamentare (ma mai del tutto: sarebbe impossibile in ogni caso) il mercato ed innalzare la competitività (tanto più nei settori dello sviluppo e dell’innovazione tecnologica) significa precisamente indebolire gli Stati alleati, per incrementarne la dipendenza economica e militare dal polo imperialistico dominante, e tentare di scardinare gli Stati potenzialmente ostili, attraverso interventi militari o <em>embargo</em> economici diretti (<em>hard-power</em>) se praticabile<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>, oppure attraverso ridefinizioni commerciali/finanziarie o atti di persuasione politica e culturale (<em>soft-power</em>) se utile e necessario.</p>
<p style="text-align:justify;">Dunque, in Italia, ogni intervento concretamente volto alla difesa e al potenziamento dello Stato va tutelato e sostenuto, non soltanto nell’ottica del miglioramento delle condizioni sociali ed economiche del nostro Paese, ma anche in funzione del riflesso che questo sicuramente avrebbe nel campo dei rapporti di forza internazionali. <strong>Aumentare il margine di sovranità ed indipendenza dei Paesi subalterni della Nato, <em>de facto</em> significa indebolire la struttura dell&#8217;alleanza nord-atlantica e la rigidità unilaterale che la contraddistingue sin dalla sua fondazione</strong>, avvenuta nel 1949, cioè appena due anni dopo l’introduzione del <em>Piano Marshall</em>. L’interesse nazionale e sociale è dunque l’unico criterio di valutazione per comprendere la portata di questi referendum che, dopo tanti anni di scarse adesioni, rimandano ai cittadini temi indubbiamente fondamentali. I quesiti, di carattere abrogativo, sottoposti presenti nelle quattro schede riguarderanno in ordine: <em></em></p>
<p style="text-align:justify;">1)      L&#8217;art. 23-bis del Decreto-Legge 25 giugno 2008, n. 112, in materia  di servizi pubblici locali di rilevanza economica</p>
<p style="text-align:justify;">2)      Il comma 1 dell&#8217;art. 154 del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, in materia di gestione del servizio idrico integrato</p>
<p style="text-align:justify;">3)      L’art. 7, comma 1, lettera d) del Decreto-Legge 25 giugno 2008, n. 112, relativamente alla costruzione di impianti nucleari</p>
<p style="text-align:justify;">4)      L&#8217;art. 1 – commi 1, 2, 3, 5 e 6 –  e l&#8217;articolo 2, della Legge 7 aprile 2010 n. 51, in materia di legittimo impedimento alla comparizione in udienza, a vantaggio di Primo Ministro e Ministri qualora siano sottoposti ad indagine giudiziaria</p>
<p style="text-align:justify;">Riteniamo sia opportuno <strong>tutelare la gestione pubblica</strong> dei servizi locali di rilevanza economica, a maggior ragione se questi coinvolgono il fondamentale settore delle reti di approvvigionamento idrico. Per questo sarà importante sostenere con un &#8220;SI&#8221; i primi due quesiti relativi proprio a questa tematica. Allo stesso modo, l’ultima domanda (quella riguardante il legittimo impedimento) in caso di affermazione del &#8220;SI&#8221;, potrebbe indubbiamente aiutare a scardinare una buona parte della corruzione presente all’interno del Parlamento, e potenzialmente (sul piano teorico, dunque … non ci facciamo illusioni) <strong>consentire la comparizione in udienza di tutti quei politici coinvolti ed implicati, a vario titolo e a vario genere, in eventuali ed ipotetiche inchieste relative agli accordi internazionali del nostro Paese</strong>, soprattutto in relazione ai rapporti tra Roma, il governo degli Stati Uniti e la Nato nel periodo 1947-1991 e nel periodo 1993-2009.</p>
<p style="text-align:justify;">Il vero nodo di gordio, che stride in modo piuttosto palese con le altre tre formulazioni, è invece la domanda inscritta all&#8217;interno della terza scheda: quella relativa alla costruzione di impianti per l’ottenimento di energia nucleare. Il 4 settembre dello scorso anno, in tempi assolutamente non sospetti, pubblicammo una delle più interessanti e seguite interviste del nostro blog. Incontrammo per l’occasione il Prof. Giuseppe Filipponi, fisico nucleare, docente, già Presidente della <em>Fondazione per l’Energia di Fusione</em> negli anni Ottanta, autore di numerose pubblicazioni in merito alla fusione nucleare, e direttore della rivista <em>Fusione, Scienza e Tecnologia</em>. Quel contributo così autorevole costituisce ancora oggi un valido sostegno scientifico, che speriamo risulti utile ai nostri lettori ai fini di una corretta informazione in vista della prossima tornata referendaria in programma per domenica 12 e lunedì 13 giugno. Oltre alla corposa documentazione scientifica in difesa delle tesi nucleariste, reperibile proprio all’interno della nostra intervista al Prof. Filipponi (<a href="http://rivistastrategos.wordpress.com/2010/09/04/intervista-il-nucleare-fuori-dal-dogma/">vedi intervista</a>), è importante sottolineare il significato politico del provvedimento che, se lasciato invariato con un &#8220;NO&#8221; o con un’astensione, potrebbe finalmente consentire all’Italia una drastica diminuzione della dipendenza dalle fonti energetiche estere e dalle fonti alternative, sulle quali l’ENEL sta investendo da molti anni (il programma ENEL <em>Green Power</em> ne è un esempio) ma con risultati che, per quanto positivi, risultano comunque sproporzionati rispetto allo sforzo sostenuto. Ad oggi l’Italia ha le sue principali fonti di energia nel nucleare della Francia e della Slovenia, nel gas acquistato dalla Russia e dall’Algeria e nel petrolio acquistato dalla Russia, dal Kazakistan, dall’Angola e dal Venezuela. In base al recente piano 2011-2014 dell’ENI, i piani di investimento per gli idrocarburi faranno principalmente leva sull’ingente<em> “</em><em>contributo proveniente da quattro aree chiave quali Iraq, Venezuela, Angola e Russia</em>”<a title="" href="#_ftn6">[6]</a> per un investimento totale pari “<em>a 53,3 miliardi di euro</em>”<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>. Diversificare le fonti, come ricordato più volte dall’amministratore delegato di ENEL Fulvio Conti, risulta un passaggio obbligato per un Paese come l’Italia, privo di grandi potenzialità energetiche in termini di materie prime. Gli enormi costi nell’importazione e l’emissione di CO<sub>2</sub>, prodotta dall’utilizzo smisurato di carbone e da un&#8217;ingente estrazione di idrocarburi, segnano, perciò, un grado di svantaggio elevatissimo per il nostro Paese, sia sul piano economico sia sul piano ambientale. L’avvio di almeno otto centrali nucleari di terza generazione avanzata sul nostro territorio, consentirebbe di iniziare un progressivo percorso di diversificazione e relativa indipendenza energetica, diminuendo la subordinazione italiana dalle fonti estere, con conseguenti vantaggi per quel che riguarda i costi di erogazione e consumo. Il terrore e la fobia collettiva nei confronti del nucleare non hanno alcuna giustificazione scientifica e razionale, tanto più in relazione al problema geologico, potendo contare su una fascia piuttosto continuativa ed estesa di zone a bassa o bassissima intensità sismica quali la Lombardia, il Piemonte, la Bassa Veneta, buona parte della Puglia, l’entroterra maremmano della Toscana, l’Alto Lazio, la media Liguria o la Sardegna, i cui impianti consentirebbero di coprire con buona approssimazione gran parte della domanda energetica civile e industriale delle rispettive aree regionali. Soprattutto il triangolo strategico Torino &#8211; Genova &#8211; Milano, e le zone ad alta intensità industriale e produttiva del Veneto e del Trentino &#8211; Alto Adige, sarebbero adeguatamente rifornite senza più alcuna dipendenza da Francia e Slovenia. Il progetto <em>South Stream</em> che innerverebbe l’Italia col gas russo dalla Puglia, invece, sarebbe integrabile, in modo più misurato e compatibile, con una centrale nucleare compresa nell’area tra Bari e il Salento, consentendo uno sviluppo senza precedenti a tutta la dorsale orientale dell’Italia meridionale, separata attraverso il Mar Adriatico da un’area balcanica ancora densa di pesantissime instabilità politiche e sociali. Le ripercussioni positive in termini di sviluppo sarebbero enormi e la paura delle scorie, in gran parte riprocessabili e comunque adeguatamente ricompattate all’interno di depositi-bunker militarizzati o di depositi geologici, non ha ragione di raggiungere picchi di isteria collettiva simili. Come dimostrano gli studi di settore, infatti, il 93% delle scorie sono ad un basso livello di intensità e la loro radioattività decade dopo appena 25 anni circa. Soltanto il 7% delle scorie sono classificate ad un livello medio di rischio (200 anni circa per un completo decadimento) ed appena il 3% ad un livello alto (migliaia di anni per il completo decadimento radioattivo)<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>, fermo restando che la quarta generazione – alla quale i moderni impianti di terza avanzata sarebbero ampiamente riconvertibili – sembra aprire a nuove ed inesplorate possibilità in materia di riprocessamento e soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo del cesio. Chi ha interesse a diffondere terrore e oscurantismo, lasciando l’Italia nella condizione unica al mondo di Paese industrializzato senza alcun programma nucleare nemmeno in cantiere? Allo stato attuale, Russia, Cina, Stati Uniti, Canada, India, Brasile, Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Argentina, Gran Bretagna, Messico, Finlandia, Pakistan e diversi altri Paesi ottengono energia elettrica da centrali nucleari, senza che questo comporti alcun problema interno e senza che le rispettive opinioni pubbliche siano così accanitamente ostinate nel perseguire forme di ambientalismo degenerate sino a veri e propri posizionamenti politici reazionari di matrice primitivista e luddista. Presumendo che tale consistente parte dell’opinione pubblica italiana si stia mobilitando in modo completamente acritico e massiccio – come è suo solito fare – <strong>è dunque importante astenersi dal voto della terza scheda, piuttosto che votare NO</strong>, al fine di impedire il raggiungimento del quorum in quel particolare quesito.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> C. JEAN, <em>Geopolitica del XXI secolo</em>, Cap. 1, Par. 2 – La “riscoperta” dello Stato, Edizioni Laterza, Bari, 2004, p. 8</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <em>ibidem</em></p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> <em>ibidem</em></p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> D. HARVEY, <em>La crisi della modernità</em>, Cap. 9 – Dal fordismo all’accumulazione flessibile, Il Saggiatore, Milano, 1993 (©1990), pp. 200-209</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Questo è soprattutto il caso dei confronti a-simmetrici, cioè con Stati dal potenziale strategico enormemente più ridotto di quello americano, o con organizzazioni terroristiche trans-nazionali, comunque ricondotte ed identificate (per necessità ed opportunismo allo stesso tempo) a precisi Stati arretrati o in via di sviluppo dell’Africa e dell’Asia (la famosa lista degli Stati che secondo l’<em>intelligence</em> americana “potrebbero” ospitare reti periferiche di <em>Al-Qaeda</em>).</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> ENI, Eni annuncia piano strategico 2011-2014, 10 marzo 2011</p>
</div>
<div style="text-align:justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> <em>ibidem</em></p>
</div>
<div>
<p style="text-align:justify;"><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> IEN, Classificazione e sistemazione in sicurezza delle scorie nucleari, Classificazione delle scorie nucleari</p>
</div>
</div>
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